Tradizioni antiche: le rogazioni per proteggere il raccolto

Nelle campagne del Varesotto e in molte zone del Nord Italia, attorno al 25 aprile, per San Marco, era il tempo delle rogazioni: processioni lente, croci piantate ai margini dei terreni, litanie per proteggere il raccolto da grandine, siccità e malattie. In alcune località del Piemonte sopravviveva la tradizione delle piccole croci di cera, benedette e poi deposte nei campi: con il ritorno della bella stagione la cera si scioglieva lentamente, come se la benedizione stessa scendesse nella terra.

Era un’eredità antica. Tra aprile e maggio, in epoca romana, si svolgevano le Ambarvalia rustiche, processioni agricole in onore di Cerere e dei Lari campestri, adattate al ritmo dei campi.

Sotto questi riti cristiani affiora una memoria più antica, che nel Varesotto vive ancora tra boschi, confini e vecchie tradizioni contadine. Prima della cristianizzazione, i campi erano affidati a Silvano, spirito maschile dei margini e delle selve, un culto riservato agli uomini: si riteneva che la sua forza selvaggia fosse troppo impetuosa per donne e bambini. Le case, invece, erano poste sotto altre protezioni per lo più di Dee.

Questa divisione, il fuori al maschile, il dentro al femminile, non nasce nel Medioevo, ma nella religione domestica romana. Tre erano le divinità che vegliavano sulla soglia: Intercidona, con la scure che delimita; Pilumnus, con il pestello che afferma la presenza umana; Deverra, con la scopa che purifica e allontana gli spiriti. 

Per invocare la Triade, nella notte tre uomini giravano attorno alla porta della casa: battevano la soglia con la scure, poi con il pestello, infine la nettavano con la scopa. Era un linguaggio di gesti, non di parole. Un modo per dire a Silvano: “Qui non puoi entrare. La casa è già protetta.” E ancora una volta ritorna il numero tre: tre divinità, tre strumenti, tre giri. Il tre come ritmo, sigillo, confine sacro.

Così, tra Varesotto e Piemonte, tra croci di cera e croci di legno, tra rogazioni cristiane e riti domestici romani, sopravvive un’unica idea antica: che la terra, la casa e il raccolto non siano mai lasciati soli. Che ogni stagione abbia il suo gesto di protezione. Che il mondo umano e quello naturale si incontrino in un punto preciso: la soglia, il passaggio.

Oggi restano pochi segni visibili di quei gesti: qualche croce di legno dimenticata ai margini dei campi, usanze che sopravvivono senza più conoscerne l’origine. Eppure, sotto la superficie, il filo non si è spezzato. Le rogazioni, le croci di cera, i giri attorno al campo, i colpi alla soglia, la triade che vegliava sulla casa: tutto appartiene alla stessa memoria profonda, quella che lega la terra all’uomo e l’uomo al ciclo delle stagioni.

Nel Varesotto come nel Nord rurale, tra boschi, campi e case di pietra, è rimasta l’idea che la protezione non sia un atto astratto, ma un gesto concreto. Un modo semplice e antico per dire che la terra non è solo da coltivare, ma da custodire. E che ogni anno, quando aprile ritorna, qualcosa dentro di noi riconosce ancora quel ritmo: quello della vita che rinasce.

Fonti

– RomanoImpero.com,  – Il culto di Deverra

– A. Rossi, Somma Lombardo da borgo antico a città moderna, 1982  

Fotografia gentilmente concessa da F. Tapellini