Teresa Casati Confalonieri: l’eroina alla quale s’ispirò Alessandro Manzoni

A lei e al suo dramma umano Alessandro Manzoni s’ispirò per tratteggiare il personaggio della regina Ermengarda nell’Adelchi: Teresa Casati Confalonieri morì a soli quarantatré anni, sfibrata dai vani tentativi di ottenere la scarcerazione del marito, il patriota Federico Confalonieri, recluso allo Spielberg, dopo che la sua condanna a morte era stata commutata nella pena dell’ergastolo.

Varese le ha intitolato la strada che, nel verde, sale da via Sanvito al colle Campigli, tra un supermercato e una stazione di servizio.

Teresa, primogenita di Gaspare Casati e Maria dei marchesi Orrigoni, era nata a Milano il 17 settembre del 1787. Il 15 ottobre del 1807 sposò Federico Confalonieri, detto il “Conte Aquila”, e divenne dama di corte della viceregina del napoleonico Regno Italico Augusta di Baviera, figlia del duca Massimiliano IV.

Caduto Napoleone, il liberale Confalonieri, inviato a Parigi, tentò invano di ottenere dalle potenze vincitrici, Austria, Inghilterra e Russia, uno statuto autonomo per la Lombardia e dopo la restaurazione del dominio asburgico s’impegnò con la moglie nella cospirazione patriottica. Il loro palco alla Scala divenne un pensatoio progressista in cui si ritrovavano a fianco a fianco il governatore della Lombardia austriaca Giulio Strassoldo e il carbonaro Giovanni Berchet, il comandante generale delle truppe imperiali conte Bubna di Littilz e Gino Capponi, mentre il loro salotto ospitò le riunioni dei Federati, che progettavano una federazione tra il Lombardoveneto e il Regno sabaudo.

Nel salotto, dove si confidava in un intervento armato di Carlo Alberto di Savoia, Alessandro Manzoni concepì la celebre ode “Marzo 1821” che, fallita la rivolta e sfumato il soccorso sabaudo, dovette attendere il 1848 per venir pubblicata.

L’insuccesso del tentativo insurrezionale del ’21 scatenò la repressione: le carceri si riempirono di patrioti e Federico Confalonieri, pur messo sull’avviso da Teresa, a sua volta preavvertita dal conte Bubna, rimandò la fuga fino al 13 dicembre del 1821 quando, con i gendarmi alla porta, si rese conto che qualcuno aveva murato il passaggio segreto attraverso il quale pensava di sfuggire all’arresto.

Dopo la condanna a morte del marito, pronunciata nel 1823, Teresa si recò più volte a Vienna per ottenere dall’imperatore Francesco I la grazia, concessa dal sovrano, dopo ripetuti dinieghi, l’anno successivo solo per intercessione della moglie, l’infelice Carolina Augusta di Baviera.

Salvata la vita del consorte, che vide per l’ultima volta il 4 febbraio del 1824, la nobildonna milanese si battè per ottenere una riduzione della condanna a vita, con il sostegno di Alessandro Manzoni, dopo un fallito tentativo di evasione di Confalonieri dalla fortezza dello Spielberg. Il 12 febbraio del 1830 lo scrittore scrisse una supplica al sovrano ma, nell’attesa di una risposta che non sarebbe arrivata mai, il 26 settembre dello stesso anno Teresa morì a Buccinigo, presso Erba, nel palazzo dei marchesi Vidiserti. Il Manzoni dettò l’epitaffio inciso nella parete posteriore del tempietto dorico del Mausoleo Casati Stampa di Soncino, nel cimitero di Muggiò.