Storia di Varese – 9. Varese nel XII secolo. Le sei porte d’accesso

di Bruno Belli

Nel precedente capitolo abbiamo ricordato che con la Pace di Costanza del 1183, tra le conseguenze in Lombardia, Varese resta per la prima volta un borgo libero da ogni tipo di vassallaggio. 

Ma come si presentava nel XII secolo? Quali erano le caratteristiche peculiari?

La vita del borgo non era affatto semplice: numerose erano le dispute, le controversie e le battaglie quotidiane, soprattutto in relazione alle determinazioni dei limiti della proprietà dei cittadini e dei contadini che abitavano nelle diverse castellanze, delle quali abbiamo accennato in precedenza e sulle quali torneremo.

Inoltre, c’era il problema delle esondazioni del Vellone che, come abbiamo visto, attraversa il centro della città e che fu chiuso soltanto tramite tombinature al tempo di Maria Teresa d’Austria (1717 – 1780): infatti, il torrente straripava alle prime piogge autunnali, spesso allagando le case e le poche botteghe che si trovavano nel borgo. 

L’attuale Corso Matteotti fu la principale strada che si snodava lungo il borgo mettendo in comunicazione la Chiesa principale, che non era l’attuale Basilica costruita sull’originale del VI – VII secolo dopo Cristo, con le altre piccole strade.

In queste, gli animali passeggiavano liberi, in mezzo alla gente, come avveniva nella maggior parte delle città medievali europee: vi era un problema igienico non indifferente, se contiamo che le strade erano spazzate solo dai cani randagi, soprattutto durante la notte, dai maiali e, d’inverno, dai lupi che scendevano verso i centri abitati dalle montagne circostanti.

La notte, per lo più, il borgo era completamente al buio: gli unici punti luminosi erano le torce accese davanti alle immagini votive presso alcuni muri delle abitazioni e presso i luoghi di culto. 

L’area occupata dal borgo si estendeva, in lunghezza, tra le attuali vie San Martino e la Motta ed, in larghezza, tra le attuali via Veratti e Via Cavour (ancora a metà Ottocento, Via Cavour delimitava il confine tra la cittadina ed un ampio tratto di aperta campagna dove l’occhio poteva vedere soltanto alcune case presso la «Chiesa della Madonnina in Prato», così definita proprio per la posizione). 

Solo formalmente era suddivisa in quartieri che prendevano il nome dalla sei porte di accesso al borgo. 

Tale fisionomia era dovuta all’orografia del territorio: la città nasceva entro l’ansa del torrente Vellone, come abbiamo detto, nella piana costituita dalle pendici dei sette colli di Biumo, Giubiano, San Pedrino, Sant’Albino, Montalbano, Miogni e Campigli (dei quali abbiamo trattato qui lo scorso 28 gennaio) che restano i naturali confini che conferirono al borgo la forma del centro ancora oggi distinguibile.

Sebbene già definite tra il XII e il XIII secolo, il più antico documento che riferisce direttamente dell’esistenza delle porte è datato 28 febbraio 1420: si tratta di una lettera inviata dal cancelliere del Duca Visconti di Milano al Podestà di Varese, nella quale si invita il borgo a riaprire quattro delle porte che erano state chiuse, o murate, a causa del periodo particolarmente turbolento che il Ducato milanese attraversò in quegli anni. Le sei porte erano tutte circondate da un fosso ed accessibili attraverso un ponte che veniva demolito in caso di pericolo o di minacce esterne. Esse davano il nome al quartiere ed al pozzo la cui acqua era utilizzata dagli abitanti della stessa contrada. Nei secoli, tali porte furono sia modificate, sia rifatte, per essere definitivamente demolite nella prima metà del XIX secolo. Vediamole:

«Contrada e Porta Rezzano» 

ricordata nella Cronaca Adamollo (1654) per esservi stata collocata la testa di tale Filippino da Cugliate, rimasta esposta per alcuni anni ad ammonimento per tutti coloro che avessero scelto la «strada della ribalderia», si troverebbe oggi allo sbocco di via Carlo Cattaneo in piazza Beccaria. Il nome «Rezzano» si trova dal Seicento: più anticamente, la via Rezzano (oggi Cattaneo) era chiamata «Quartiere Riaziolo» ed era importante perché da essa iniziava la strada diretta al Sacro Monte che, anche prima della costruzione delle Cappelle per idea di Padre Aguggiari, era meta, come abbiamo visto parlando dell’antica chiesa che si trovava sotto l’attuale Cripta, di numerosissimi pellegrini. Nella contrada erano state costruite alcune belle ed eleganti abitazioni, tra le quali esistevano alcune appartenenti a notabili e nobili locali, come, per esempio, i Pallavicini, e, più a Nord, gli Albuzzi. 

La contrada sbucava in un largo detto delle «Beccherie vecchie», luogo di macellazione, i cui mattatoi dovevano essere posti fuori dal borgo per disposizione comunale. «Beccheria» deriva dal dialettale «bechèe» che, per l’appunto, è il macellaio, soprattutto di carne bovina. I mattatoi sorgevano dove oggi è situato il Collegio dei Salesiani, all’inizio dell’attuale Via Indipendenza: gli scarti dei bovini macellati erano gettati nel torrente Vellone che correva all’aperto, producendo, nei secoli successivi, sempre maggiori. Fu solo Francesco d’Este che, negli anni sessanta del XVIII secolo emanò alcune severe disposizioni in materia igienica.

La porta fu demolita nel 1819 e la piazza fu chiamata «Cappello» fino a quando, progettata con i nuovi palazzotti negli anni trenta dell’Ottocento, fu dedicata a Cesare Beccaria, il giureconsulto illuminista difensore dell’abolizione della pena di morte: non fu certo un caso, giacchè lo spiazzo, fin dal Medioevo, era adibito a luogo per le esecuzioni capitali (il «Casotto del Boia» si trovava pressappoco ove oggi c’è il «Ristorante da Vittorio»).

Nella contrada, inoltre esisteva il «Monastero della Cavedra», fondato nella seconda metà del XII secolo dai Monaci Umiliati che lavoravano la lana: la Chiesa era dedicata a «Santa Maria Assunta».

«Porta Pozzaghetto o Pozzavaghetto»

detta anche «Porta Milano» e «Porta Milanese» (oggi all’altezza dell’imbocco di via Volta), ricordata in un documento del 1582, l’unica di cui sia rimasta un’immagine, che riporta l’ingresso a Varese del Cardinale Federico Visconti. Nel 1599 fu interamente rifatta per la visita dell’Arciduca Alberto d’Austria e di Isabella, sorella del Re Filippo III, sua sposa. Nel 1673 fu demolita e ricostruita più alta per permettere il passaggio di un nuovo baldacchino usato nelle processioni. Nel 1755 fu ulteriormente rinnovata per accogliere l’arrivo del Cardinale Giuseppe Pozzobonelli in visita a Varese.

La porta era così chiamata per la presenza di un pozzo comunale ritenuto «assai bello» (da cui «vago», ed il diminutivo «vaghetto»), posto in uno slargo che dava il nome all’intera contrada, la quale collegava il luogo a «Piazza Padella» o «Porcari», oggi Piazza Monte Grappa.

«Porta di San Martino» 

si trovava a metà dell’attuale via ed è ricordata da una iscrizione nel selciato. Un documento del 1580 riferisce di una casa «ac intus Porta Sancti Martini», luogo dove furono costruite abitazioni importanti tra cui quella della famiglia Marliani, alla quale apparteneva Vincenzo, cronista del borgo che si interessò soprattutto alle opere d’arte, elencando in modo completo quelle poste nelle numerose chiese ed in alcuni edifici nel manoscritto «Memorie della città di Varese dall’anno 1737 all’anno 1776 raccolte dal Signor Vincenzo Marliani di Varese ed in ristretto ridotte dal chierico don Carlo Castiglioni di Varese».

«Porta della Motta» 

si trovava all’entrata settentrionale dell’attuale via Carrobbio. Davanti ad essa, come nel caso di «Porta Pozzaghetto» e di «Porta Campagna», scorreva il Vellone. Era molto frequentata e conosciuta, perché, dal 1068, si svolgeva il mercato proprio nello spiazzo antistante alla stessa. Ricordiamo, come scritto settimana scorsa, che alla Motta si trovava anche la «Torre dei Consoli di giustizia del Seprio», in parte ricostruita ed abbellita entro il XV secolo con un’artistica «meridiana solare» che, oggi, la fa conoscere come «Torre della meridiana».

Nel 1673 la «Porta della Motta» fu ricostruita più alta perché, come ricorda la cronaca Adamollo, «non si poteva passare con il baldacchino nuovo grande». 

«Porta Campagna» 

(oggi incrocio di via Marcobi e via Veratti) era la porta di uscita dal borgo che permetteva di dirigersi a Gavirate e a Laveno dopo aver attraversato un ponte sul torrente Vellone, al di là del quale c’era aperta campagna: questo il motivo del nome. La zona era conosciuta come «Campagnola»

Su di una spalletta del ponte esisteva una piccola cappella affrescata con immagine votiva considerata dalla Cronaca Adomollo «insigne».

La porta fu più volte restaurata e, nel 1691, spostata più avanti rispetto ai secoli precedenti: la cronaca Adamollo riferisce ancora il nome dell’architetto che la progetto nuova, Alfonso Trinchinetti.

«Porta Regondello» 

(oggi via Donizetti) , è ricordata in una cronaca del 1720, soprattutto per il fatto che fosse abbellita da alcuni affreschi a soggetto sacro, una «Madonna» ed una «Sacra famiglia». Fu restaurata più volte e chiusa nel 1774 per tenere lontano i vagabondi e i malfattori: fu lasciato soltanto un portello, anch’esso sempre chiuso, le cui chiavi erano in possesso di pochi cittadini che abitavano nella zona e della «Reggenza del Borgo». 

Le mura arrivavano fino alla «Porta Pozzaghetto» che fu abbattuta nel 1839, proseguendo fino alla Motta ed a «Porta Campagna. 

La loro esistenza è ricordata oggi nelle vie cittadine da apposite targhe apposte nel maggio del 1994 dall’Amministrazione comunale.

Bibliografia minima (per approfondire):

  • AA.VV. Varese: vicende e protagonisti, Bologna, Edison, 1977
  • Ambrosoli, Luigi, Varese, storia millenaria, Varese, Macchione Editore, 2002
  • Benzoni, Claudio, Origini di Varese. Primavera varesina dopo le stagioni barbariche, Varese, Benzoni Editore, 2012
  • Brambilla, Luigi, Varese e il suo circondario, Varese, Tipografia Ubicini, 1974.
  • Giampaolo, Leopoldo, Quando sorse Varese, in «Rivista della Società storica varesina», Varese, aprile 1981

[Le singole foto, alcune tratte dalle pubblicazioni in Bibliografia, altre di mia proprietà o reperite nel web sono accompagnate come sempre da didascalie e da qualche notizia specifica in relazione al testo]. 

  1. Varese, come borgo, ancora nei primi anni del XIX secolo, per lo più si estendeva entro il perimetro che si era formato tra il secoli XII e XIII. Ecco come appariva, ad esempio, il territorio di Velate, al termine del XVIII secolo, in una bella incisione coeva.
  2. Le porte di Varese ed il borgo entro i perimetro delle mura: disegno di Leopoldo Giampaolo, rinnovato da Claudio Benzoni nel suo «Origini di Varese» (2012). Si vedono le porte così come descritte nel mio testo.
  3. Vecchia immagine di Piazza Beccaria. La foto mi è stata utile per segnare – in rosso – il luogo dove si trovata «Porta Rezzano». Nella foto ho provato anche a tracciare le mura. A sinistra, dopo il palazzotto centrale che fu costruito al principio dell’ottocento, è il luogo dove, fin dal Medioevo si trovava il «Casotto del boia» che ho citato nel testo.
  4. L’area del Palazzo dei Salesiani, qui fotografato nel primo Novecento, corrispondeva al primo luogo dove si trovava il Macello di Varese.
  5. Nella cartina pubblicata dalla «Parrocchia San Vittore» sono segnare tutte le chiese che si trovavano a Varese entro le mura molte delle quali oggi non più esistenti. Qui si può vedere, al n. 2, l’ubicazione del «Convento degli Umiliati» e della «Chiesa di Santa Maria Assunta», sorti presso la «Porta Rezzano» nella metà del XII secolo.
  6. In questa vecchia foto scattata poco dopo la costruzione della nuova Piazza Monte Grappa, ultimata nel 1939, ho potuto segnare, con il cerchio rosso, il luogo ove sorgeva «Porta Pozzaghetto». Considerate che le mura proseguivano lungo le attuali vie Bagaini e Bernascone per collegarsi, verso sinistra a «Porta Regondello», oggi Via Donizetti, e, a destra a «Porta della Motta».
  7. La «Torre della meridiana» come si presentava all’inizio del XX secolo. Essa, già sede dei «Consoli di giustizia del Seprio» faceva parte delle mura cittadine.
  8. Fotografia della fine degli anni Venti del Novecento del Mercato in Piazza della Motta, ancora attivo da quando nacque nel 1068. 
  9. Anche in questa bella immagine degli anni Cinquanta  del Novecento, ho potuto facilmente tracciare in rosso l’ubicazione di «Porta Campagna» con le mura che proseguivano per collegarsi alle altre porte.
  10. La pubblicazione delle Memorie di Vincenzo Marliani curate da Leopoldo Giampaolo per la «Società storica varesina» nel 1955.
  11. L’antica vocazione agricola e pastorale del circondario varesino dai secoli X – XII rimasta in vita fino alla metà degli anni Cinquanta del Novecento è dimostrata da questa foto del principio del XX secolo, dove ancora gruppi di pecore erano fatte pascolare davanti al Palazzo comunale, l’attuale via Sacco.
  12. Ancora a metà degli anni Quaranta, in pieno centro, qui siamo presso Vicolo Scuole, c’erano stalle con buoi e vacche, retaggio dell’antica città medievale.