Storia di Varese – 7. I vescovi conti: Guido da Velate

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di Bruno Belli

Fu Ottone I di Sassonia, detto Ottone il Grande (912 – 973),  re di Germania dal 936, re d’Italia dal 951 ed Imperatore del Sacro Romano Impero dal 962, figlio di Enrico I l’Uccellatore e di Matilde di Ringelheim, ad inserire nella gerarchia feudale il clero, istituendo la figura dei «Vescovi conti». Le città italiane della Lombardia, in assenza sul territorio degli imperatori tedeschi, furono proprio affidate al governo di questi «Vescovi conti», ossia capi religiosi di estesi territori («diocesi»). La zona di Varese fu divisa, partendo dal X secolo, tra le diocesi di Milano e di Como (ancora oggi, zone di Varese appartengono alla diocesi comasca). La grande diocesi di Milano, cui tuttora appartiene Varese, ha il rito religioso codificato secondo le regole istituite da Sant’Ambrogio, rito detto, per l’appunto «ambrosiano».

Fu proprio durante XI secolo che la vita varesina cominciò gradatamente ad uscire dall’anonimato: il primo documento giunto fino a noi che riporta un fatto storico relativo a Varese è quello che registra la donazione di poderi e di case alla chiesa della «Pieve» di San Vittore (quindi un atto che distingue in modo chiaro la separazione tra il culto al Sacro Monte e quello svolto ai piedi – «pieve» – dello stesso), fatta dall’Arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano, nel marzo 1036.

Nella pergamena, tuttora conservata presso l’«Archivio prepositurale della Basilica di San Vittore», si legge che l’Arcivescovo munifica alla Chiesa di San Vittore i beni da lui posseduti «in locis et fundis Castoblenno et in Bemmio Superiore» («nei luoghi e nei fondi di Casbeno e di Biumo superiore», si veda, per i nomi dei luoghi varesini, quanto scrissi in questa stessa rubrica lo scorso 28 gennaio).

Si trattava di un’area edificata («in locis») e di due terre coltivate a vigne («in fundis») in cambio dell’intervento e del sostegno, da parte degli abitanti di Varese, alla sua lotta contro i piccolo feudatari della città ambrosiana. E’una testimonianza importantissima perché è’ il primo coinvolgimento storico del borgo al di fuori del proprio territorio.

Con tale concessione, parte della sua ricchissima rendita arcivescovile, Ariberto avrebbe voluto vincolare a sè i cittadini di Varese che, però, come scrive Luigi Ambrosoli, «seguirono l’esempio del popolo di Milano che si era sollevato…e respinsero, a differenza di altri borghi [appartenenti al territorio] del Seprio, la sua offerta temendo un eccessivo rafforzamento del suo potere».

A quell’epoca la chiesa lombarda viveva una situazione di decadenza e di crisi religiosa: in opposizione alla casta clericale più elevata corrotta, di fronte al comportamento “mondano” di molti vescovi e prelati, iniziarono a circolare accese proteste tra i ceti più umili ed il clero di base, ovvero i sacerdoti che vivevano nei borghi grazie per lo più alla beneficienza dei fedeli: tali “sedizioni” diedero origine alla «patarìa», la cui etimologia è incerta, ma che si dovrebbe accostare al termine dialettale milanese «patèe» che significa «straccivendolo, rigattiere», per indicare la provenienza “bassa” dei componenti.

Fu in questi anni che, come racconta il vescovo e letterato di Alba (in Piemonte) Benzone, nella sua opera «Ad Heinricum impertatorem Libri VII» («Storia fino all’avvento di Enrico imperatore», ovvero il Barbarossa), uno dei primi predicatori delle idee e dei principi patarini, il diacono Arialdo, nato verso il 1010 da una famiglia di modesti proprietari terrieri di Cucciago (o di Carimate, secondo altre fonti), presso Como, frequentò la scuola della pieve di San Vittore a Varese e poi quella della cattedrale ambrosiana di Milano. Secondo alcuni storici esso sarebbe stato uno dei più accesi oppositori di Ariberto ed avrebbe quindi influenzato la scelta dei Varesini in un momento particolarmente “infuocato”, tanto più che, solo pochi anni dopo, fu eletto nell’episcopato milanese un rampollo appartenente ad una famiglia della nobiltà rurale di Velate, Guido.

Di Guido Bianchi da Velate, nato presumibilmente nel primo quarto dell’XI secolo, non sappiamo quasi nulla prima del 18 luglio 1045, quando l’imperatore Enrico III, al quale la cittadinanza milanese ed i «patarini» avevano sottoposto una rosa di quattro canditati – lo stesso Arialdo, Landolfo Cotta, Anselmo di Baggiolo ed Attone – lo nominò arcivescovo di Milano: Guido da tempo faceva parte della cappella regia e dell’apparato episcopale di Ariberto. Egli aveva goduto, quindi, di forti protezioni: per questo l’imperatore tedesco preferì favorire un esponente della nobiltà feudale che potesse essere legata agli interessi dell’impero. Con la prematura morte di Enrico III e con l’appoggio che il Papa aveva dato al movimento patarino, Guido si trovò in difficoltà e, sentendosi isolato, scomunicò e cacciò da Milano tutti gli oppositori: lo stesso Landolfo Cotta cadde nelle mani dei sicari.

Il papa Alessandro II, da poco eletto, emise la scomunica per Guido, il quale, senza considerare la stessa, continuò la lotta contro i patarini: agitando la bolla papale in Duomo, inveì contro il Papa che riteneva pretendesse dettare legge a Milano e si scagliò contro i patarini pubblicamente, tanto che, dichiarandoli asserviti alla chiesa di Roma, facendo così leva sullo spirito autonomistico milanese, riuscì a farli cacciare dalla città.

Arialdo riuscì a stento a fuggire da Milano ma, pochi giorni dopo, tradito da un prete di San Vittore all’Olmo, fu catturato e trasportato nella fortezza di Angera (la «Rocca»), appartenente al patrimonio episcopale e governata da Donna Oliva, nipote di Guido da Velate. Da qui, Arialdo fu portato su un’isola del Lago Maggiore (il suo biografo Andrea, abate di Strumi, non ci indica quale), torturato da due chierici che lo mutilarono delle orecchie, del naso degli occhi, della mano destra, dei genitali, dei piedi e della lingua, quindi gettato nel lago legato ad alcuni massi (28 giugno 1067).

Guido, frattanto, mantenendo un certo peso nella vita ecclesiastica milanese, riuscì a far nominare suo successore il proprio collaboratore Gotofredo (sic) da Castiglione, mentre si ritirò a Brebbia, dove diverse famiglie detenevano beni attribuiti loro dall’arcivescovo stesso. Braccato dai patarini, Guido raggiunse prima la fortezza di Santa Maria del Monte sopra Velate, quindi, riparò nel suo castello di Castiglione Olona, stretto d’assedio.

Deluso dalla debolezza del suo successore che aveva permesso alla «patarìa» di acquisire importanza a Milano, cercò di riprendere la cattedra arcivescovile, ma fu catturato dai patarini e portato a Milano. Rinchiuso nel Monastero di San Celso, dal quale, con molta fortuna, riuscì a fuggire a causa di un vasto incendio scoppiato in città, si ritirò definitivamente nel suo castello di Bergoglio (presso Alessandria), dove morì il 23 agosto 1071.

I documenti non ci informano sulle reazioni dei Varesini a queste vicende, ma attestano che nell’abitato cresceva una realtà caratterizzata da numerosi luoghi di culto e da una quantità rilevante di religiosi.

Terminate le lotte patariniche, l’arcivescovo Anselmo di Milano intervenne nuovamente a Varese per beneficare le pievi che erano al servizio della causa cristiana: informato che i beni ed i redditi della pieve di San Vittore, con cappelle ed oratoria ad essa pertinenti erano stati ingiustamente dispersi dai suoi predecessori, Anselmo dispose che, da lì in seguito, essi non dovevano essere sottratti o distolti, ma rimanere a disposizione dei chierici e degli apparati ecclesiastici che vivevano regolarmente nella canonica di San Vittore, decreto notificato nel borgo dal giudice Ambrosio, «missus imperatoris» nel 1098.

Bibliografia minima (per approfondire):

  • AA.VV. Varese: vicende e protagonisti, Bologna, Edison, 1977
  • Ambrosoli, Luigi, Varese, storia millenaria, Varese, Macchione Editore, 2002
  • Giampaolo, Leopoldo, Quando sorse Varese, in «Rivista della Società storica varesina», Varese, aprile 1981
  • La Pataria. Lotte religiose e sociali nella Milano dell’XI secolo, a cura di P. Golinelli, Milano, Europìa-Jaca Book, 1984 e 1998
  • Alfredo Lucioni. L’età della Pataria. In: Adriano Caprioli, Antonio Rimoldi & Luciano Vaccaro, edd.. Diocesi di Milano. Vol. 1. Brescia: La scuola, 1990, pp. 167-194.

[Le singole foto, alcune tratte dalle pubblicazioni in Bibliografia, altre di mia proprietà o reperite nel web sono accompagnate come sempre da didascalie e da qualche notizia specifica in relazione al testo].

Foto:

  1. Ottone I, Manuscriptum Mediolanense (1200 circa)
  2. Il «Cavaliere di Magdeburgo», tradizionalmente considerato i ritratto di Ottone I.
  3. Ariberto da Intimiano (1018 – 1045) ritratto mentre regge le sorti della Chiesa di Milano.
  4. « Sant’Arialdo [il diacono Arialdo] viene mutilato prima di essere ucciso». Altare nella Basilica di San Calimero, Milano.
  5. Santino raffigurante Sant Arialdo, il diacono Arialdo, poi elevato a santo.
  6. «Rocca d’Angera»: Sala della Giustizia. La parte più antica della Rocca risale all’XI secolo, proprio durante gli anni in cui fu lì imprigionato Arialdo.
  7. «Rocca d’Angera»: particolare della volta nella Sala della Giustizia.
  8. La «Rocca d’Angera» vista da Arona. Si noti la struttura più antica, dell’XI secolo, ridotta alla semplici mura che contengono oggi i giardini della stessa, a sinistra nella foto.
  9. «Rocca d’Angera»: le mura dell’XI secolo.
  10. Affresco in cui è ritratto il papa Alessandro II.