di Bruno Belli
Ricordo, per riassumere quanto esposto nelle ultime settimane, che il Comune – quindi anche il borgo di Varese come tale già nel XIII secolo – era nato come un’associazione volontaria tra cittadini che si erano riuniti per difendere interessi “comuni”, quindi che rispondessero alle esigenze di un gruppo di persone, più o meno vasto, che abitava entro un raggio di terre con caratteristiche simili e medesime aspirazioni. All’origine l’attività non riguardava borgo e contado tutto assieme, perché il Comune non aveva funzioni di governo cittadino (fin a che fu nelle mani dei Vescovi Conti, tra il termine del XII secolo e l’inizio del successivo), ma comunque serviva ad affiancare i poteri esistenti ed integrarli, finendo con il sostituirli gradatamente.
Le prima attestazioni dell’esistenza di formazioni “istituzionali” a Varese, come già detto, cominciarono nell’XI secolo: dai documenti in nostro possesso presso gli Archivi di Stato di Milano e di Varese si evince che tale nascita sia avvenuta tra il 1232 ed il 1234, in relazione ad alcuni atti notarili che registrano donazioni in favore della Chiesa di S. Vittore, ed uno, in particolare, molto interessante, che nomina i tutori per un minorenne, da parte di un «Console di Giustizia» di Milano in presenza dei suoi corrispondenti “colleghi” varesini, i cui nomi sono sempre chiaramente leggibili e decifrabili: si tratta di Guifredo (sic) Gaffaroni, Cristoforo di Guiscardo, Lanfranco de Misgio, Cuxa Ugoboni e Giacomo di Lorenzo. Sono, pertanto, i primi nomi di cittadini Varesini conosciuti e registrati, insomma, quasi i “fondatori” del nostro Comune, assieme ai personaggi di seguito citati, giacchè Giacomo Perabò, il primo «podestà», non menzionato prima del 1287.
Abbiamo, infatti, anche la possibilità di una circostanziata rivendicazione da parte del delegato dell’autorità ecclesiastica tratta dallo «Studio della piccola proprietà rurale in Lombardia: la famiglia Patarini di Velate (secoli XII – XIII)» dove si legge che l’11 ottobre 1234 fu consegnata dal delegato pontificio Lanfranco del Mellano, arciprete di Riva San Vitale nel Canton Ticino, al Console Giovanni de Fossato, rappresentante del Borgo di Varese, una lettera di convocazione indirizzata ad alcuni consoli delle città accusati di non pagare le decime alla Chiesa pievana (ovvero della Pieve di S. Vittore): lo stesso Giovanni de Fossato, Enrico de Zeno, Giovanni Girani e Tagliaferro de Mercato.
Queste fonti non ci permettono di identificare con precisione i ruoli dei personaggi citati – che erano comunque persone in vista della Varese dell’epoca – però ci sono utili per sapere che esistevano già dei funzionari che, pur sotto la supervisione della città ambrosiana, gestivano la «cosa pubblica» varesina.
Anche dal 1347, quando i Varesini si diedero i primi statuti destinati a regolare la vita del borgo non si trattava di una piena autonomia comunale, perché, coma abbiamo visto la scorsa settimana, i Signori di Milano – i Visconti prima e gli Sforza poi – esercitavano diretta influenza anche sulla nomina del «podestà».
Tali statuti, che corrispondevano circa alle “leggi fondamentali con le quali si regge un consorzio umano”, furono compilati, stilati e diffusi, poiché contenevano le norme ritenute necessarie per reggere l’«operosa vita» (cito dagli stessi tra le virgolette caporali «») del borgo di Varese.
Fu Luigi Borri (1846 – 1920), l’attento e preciso caposcuola storico varesino, che, nel 1891, assieme ad alcuni decreti ed ordinamenti posteriori li pubblicò, restando l’unica edizione a stampa fino al 1977 quando «La Tipografica Varese s.p.a.», nel cinquantesimo anno di fondazione, li editò in 800 copie non venali per diffondere questi importanti testi che sono il primo documento ufficiale di una legislazione cittadina a tutti gli effetti.
Il codice contiene la tavola a colori del «San Vittore a Cavallo» del 1359, lo stemma comunale, o civico, che, secondo l’araldica, è assai semplice, raffigurando uno scudo sannitico d’argento e due cantoni di rosso, destro e sinistro in a capo, chiuso introno da una fascia nera. Inoltre sulla sinistra della tavola, è raffigurato un «Grifone rampante», stemma della famiglia Griffi che possedeva lo «scartafaccio».
Lo stemma comunale subì alcune varianti nei secoli per arrivare a quello Ottocentesco tuttora in vigore: «Scudo sannitico troncato nel primo di rosso al palo d’argento, nel secondo d’argento. Sormontato da corona marchionale (a cinque fioroni e quattro palle) e da cimiero costituito da figura nascente di guerriero (S. Vittore, patrono della città), portante nella destra una bandiera di bianco, caricata di corse di rosso, sventolante a sinistra, e nella sinistra del guerriero stesso la palma del martirio» (Fonte: «Archivio storico Civico», Comune di Varese, cat.I, cart.14, Fondo Museo, cart.27).
Bibliografia minima (per approfondire):
- AA.VV. Varese: vicende e protagonisti, Bologna, Edison, 1977
- Luigi Ambrosoli, Varese, storia millenaria, Varese, Macchione Editore, 2002
- Mario Bertolone, Varese, le sue castellanze e i suoi Rioni,Milano, Faccioli, 1952
- Luigi Borri, Documenti varesini raccolti, annotati e volgarizzati, Varese, Macchi e Brusa, 1891
- Brambilla, Luigi, Varese e il suo circondario, Varese, Tipografia Ubicini, 1974.
- Leopoldo Giampaolo, Varese. Sintesi storca, Varese, Litotipografia Verbano, 1977
[Le singole foto, alcune tratte dalle pubblicazioni in Bibliografia, altre di mia proprietà o reperite nel web sono accompagnate come sempre da didascalie e da qualche notizia specifica in relazione al testo].
- La pergamena con «San Vittore a Cavallo» del 1359: lo stemma comunale, o civico, assai semplice, presenta uno scudo sannitico d’argento e due cantoni di rosso, destro e sinistro in a capo, chiuso introno da una fascia nera. Inoltre, sulla sinistra della tavola, è raffigurato un «Grifone rampante», in nero, stemma della famiglia Griffi che possedeva lo «scartafaccio».
- Come descritto nel testo, ecco compilato un confronto delle piccole varianti che riguardano lo stemma civico: caratteristica comune, ovviamente, i cantoni in rosso, destro e sinistro in a capo.
- Lo stemma civico del XIII secolo come era ancora nel XV.
- Lo stemma civico nel XVII secolo: nelle fasce laterali si legge l’aggiunta, in latino, del motto: «Comunitas Varisii», «Comunità di Varese»
- Lo stemma civico nel XVIII secolo: «Magna comunitas civica Varisii», la «Grande comunità civica di Varese».
- Lo stemma civico nel XIX secolo, dopo l’Unità d’Italia, senza più alcuna scritta.
- Lo stemma civico oggi: «Scudo sannitico troncato nel primo di rosso al palo d’argento, nel secondo d’argento. Sormontato da corona marchionale (a cinque fioroni e quattro palle) e da cimiero costituito da figura nascente di guerriero (S. Vittore, patrono della città), portante nella destra una bandiera di bianco, caricata di corse di rosso, sventolante a sinistra, e nella sinistra del guerriero stesso la palma del martirio»
- Avendo citato Giacomo Perabò, presento di nuovo lo stemma già pubblicato. Lo stemma della famiglia Perabò – con le 3 pere ed il bove che conferiscono il cognome. E’ lo stemma ufficiale. Lo ritroviamo presente in altorilievo sulla chiave di volta del portale del palazzo tra C.so Mattetti e via Albuzzi, riprodotto nell’acciottolato del cortile di Casa Perabò (vedi foto 8). Il Blasone ritrae l’immagine di un toro furioso, sormontato da un gruppo di tre pere fogliate pendenti dal capo dello scudo. Il contrasto cromatico tra il fondale azzurro e il rosso acceso del toro sembra esaltare ancor più la bellicosità dell’animale. Stemma inquartato dal 1631 nell’arma dei nobili De Colombani. «Biblioteca Palatina della Città di Firenze – Dal libro della nobiltà italiana».
- Blasone dei Perabò. E’ lo stemma riportato sull’Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana Stemma inquartato dal 1631 nell’arma dei nobili De Colombani. «Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana, Vol. V, pp. 245-247».
- Lo stemma dei Perabò, composto con l’acciottolato sul selciato del cortile di «Casa Perabò» a Varese.
- Lo stemma dei Griffi, come pubblicato dall’«Istituto d’araldica di Roma».
- Veduta di Varese a metà Ottocento come appare in una stampa inglese del Lose: sulla destra, subito dietro il filare degli alberi, si vede l’angolo di un Palazzo con un paio di finestre monofore in cotto: si tratta di Palazzo Griffi, del XV secolo, che vedete fotografato nell’immagine successiva.
- Nell’unico scatto effettuato a metà dell’Ottocento si vede benissimo il loggiato con finestre gotiche tipico dei palazzi rinascimentali appartenente a «Palazzo Griffi», ancora visibile prima che fosse costruita la caserma ed ampliata la piazza del mercato, oggi piazza Repubblica. Fu ricavata nel 1867, su decisione delle autorità che vollero dotare Varese, città di confine, di una caserma più grande e di una piazza d’armi. La decisione della demolizione di Palazzo Griffi è stata definita da tutti gli storici come «assurda ed incredibile». In diversi testi si possono leggere i bandi dell’epoca per la demolizione del palazzo e, quindi, il successivo affidamento delle opere per dotare di piante ornamentali la piazza. Il palazzo antico fu fatto costruire nel XV secolo da Ambrogio Griffi. Come si evince dalla fotografia, il palazzo era tipicamente rinascimentale: aveva alte finestre in cotto modellate finemente ed un cortile con porticato. Era considerato, fino al XIX secolo, come il più bel palazzo di Varese.
- Una bifora in cotto appartenente a «Palazzo Griffi» come fu ricostruita per la foto, pubblicata in «Palazzi storici» di Giacomo Bescapè, Bramante editrice, 1963. Il materiale di questa finestra, come anche alcune pregevoli colonnine sono conservate nei depositi dei «Musei Civici» di «Villa Mirabello».
- Fortunatamente ancora oggi visibile, un’altra finestra in cotto del XIV – XV secolo: «Casa Perabò» con la celebre magnifica finestra in stile «Gotico Lombardo». Il corpo edificato tra il XIII ed il XIV secolo di «Casa Perabò» subì negli anni diverse modifiche e ampliamenti. La stessa finestra in cotto risale alla fine del XIV secolo, primi anni del XV secolo ed è un esemplare magnifico di «Gotico Lombardo» le cui mattonelle che compongono le spallette della stessa sono bassorilievi con diversi soggetti.
- Allo stesso periodo delle finestre precedenti, e quindi all’epoca di cui stiamo trattando appartengono i fregi qui fotografati, di una «torretta» che fanno parte del muro originale del Palazzo d’angolo in Piazzetta San Lorenzo, tra Piazza Canonica e Piazza Repubblica.
- Parte del muro in cotto con i fregi, nel muro frontale della stessa. All’interno sono conservati dei magnifici affreschi che ricoprono anche l’intera volta a crociera dell’alto locale, recentemente ristrutturati dalla proprietà dell’immobile.
- Antica lapide medievale, che attesta una donazione al legato di San Vittore, oggi conservata inserita nel muro della Canonica di San Vittore stesso, visibile in Piazza Canonica.


















