di Bruno Belli
Con la distruzione di Castelseprio operata tra il 1285 ed il 1287 da parte dei Visconti di Milano, Varese divenne capoluogo del «Seprio Superiore», ospitandone il Vicario designato a governare la zona.
Castelseprio, i cui primi insediamenti risalgono addirittura alla Preistoria (all’epoca nella quale sull’isolino Virginia del Lago di Varese sorse e fiorì una piccola società palafitticola di cui conserviamo gli importanti resti tuttora visibili e le cui vestigia sono conservata tra il Museo di Villa Mirabello a Varese e il Museo dell’Isolino stessi), era divenuto, come abbiamo ricordato nelle scorse settimane, un importante centro durante la dominazione Longobarda.
Era un presidio con tanto di castello nelle cui vicinanze scorreva il fiume Olona – quindi un’importante fonte per l’agricoltura e per l’acqua potabile utile ad un consorzio umano – aveva una chiesa dedicata a San Giovanni Evangelista che disponeva addirittura di una «vasca battesimale» ad immersione, per rinnovare l’atto come lo aveva creato San Giovanni Battista nel Giordano, disponeva di una cisterna per la riserva dell’acqua (una sorta di mini-acquedotto), di una torre per le segnalazioni, che erano prevalentemente, eseguite con il fuoco e con il fumo, (ricordiamo che essa faceva parte di quel «Limes Longobardorum», confine delle terre Longobarde, di cui erano luoghi gemelli anche le torri di Velate, del Monte San Francesco Sopra Velate e del Sacro Monte di Varese) e, nei pressi dell’abitato, si trovava quell’autentico gioiellino che ancora oggi è particolarmente interessante da visitare, la «Chiesa di Santa Maria Foris Portas», caratterizzata da un ciclo di affreschi – di autori ignoti – che ritraggono scene della vita della Madonna tratte per lo più dai «Vangeli apocrifi». Quest’ultimo è un tratto distintivo particolarmente interessante, giacchè le vicende narrate dagli Apocrifi ci hanno tramandato alcuni aspetti sulla vita di Maria, di Giuseppe e di Cristo che sono entrati a far parte del sentire comune, utili a rispondere ad esigenze più concrete dei fedeli: ad esempio, l’intera tradizione della levatrice che assistette Maria durante il parto a Betlemme.
Verso l’Olona, poi, esiste tuttora il Torrione di Torba, da inserirsi storicamente in diretto contatto con Castelseprio: a Torba, durante uno scavo del 1978, fu trovata un’importante sepoltura longobarda. Pertanto, Castelseprio era considerato un luogo così importante, dopo l’instaurazione dei Visconti a Milano – che seguirono l’epoca dei «Vescovi conti» di cui trattammo – il quale doveva o essere annesso al potentato dei signori della città ambrosiana, oppure distrutto.
Affinchè fosse evitato un temibile potere avverso alla Signoria, giacchè il «Contado del Seprio» si era schierato dalla parte dei Torriani, nemici de Visconti, come rifugio dell’ultimo dei Torriani, Guido della Torre (1259 – 1312), Castelseprio fu assediato, quindi raso al suolo, risparmiando i soli edifici religiosi, con il divieto, emesso lo stesso anno della morte, da parte di Ottone Visconti (1207 – 1285) che, in quel luogo, si fosse ricostruito un qualunque agglomerato urbano. A Varese, quindi, che aveva parteggiato per i Visconti, fu affidato il ruolo di Capoluogo dei territori più a Nord di Castelseprio, mentre a Gallarate quelli a sud.
I Visconti, padroni di Milano, riordinarono, così, anche la gestione del territorio, tanto di Varese quanto delle altre terre annesse alla Signoria ducale: il Canton Ticino, grossomodo l’attuale provincia di Novara e di Verbanio Ossola Cusio, l’intera Lombardia, e, per un breve tempo, anche la città di Genova.
Ebbero comunque molti nemici nelle terre del Varesotto: ad esempio, tra il XIV ed il XVI secolo, il condottiero Facino Cane (1370 – 1442) assalì Busto Arsizio per impadronirsene, ma i cittadini riuscirono a vincerlo respingendo gli assalti anche di Francesco Sforza, il quale, più tardi, divenuto duca di Milano, si impadronì di tutto il potentato dei Visconti.
Furono anni senza dubbio difficili per i vari passaggi di potere, ma, in questo stesso periodo fiorirono le arti, lo studio, l’agricoltura ed i commerci: di tutto questo anche Varese, che già aveva cominciato a delineare le proprie caratteristiche, come abbiamo visto le scorse settimane, trasse i propri vantaggi.
Per Varese fu un momento particolarmente travagliato il 1303, quando ospitò Matteo Visconti (1250 – 1322) che era fuggito da Milano, in seguito ad un momentaneo rientro dei Torriani: si era recato a Bellinzona, era riuscito a radunare un corpo di fedeli formato da 4000 fanti e 300 cavalli ed era tornato il Lombardia per andare ad assediare la città nemica di Como. Mentre il Visconti era uscito da Varese per dirigersi verso la città lariana, lasciando il nostro borgo sguarnito, i Torriani, con l’aiuto del podestà milanese Antonio Fisiriaga, sotto minaccia di distruggere la cittadina, riuscirono ad imporre ai Varesini un pagamento di 16000 lire milanesi per salvarsi, in parte restituite con la vittoria definitiva dei Visconti.
Varese visse, comunque, un periodo positivo per la sua economia, anche perché Matteo Visconti, la ricompensò estendendo al borgo i privilegi ed i benefici concessi ai feudi dei Visconti: ad esempio, il mercato era così fiorente che il borgo fu scelto come sede per un’importante fiera annuale per la vendita di cavalli provenienti da Oltralpe.
Tale florida situazioni permise, così, di ricostruire alcuni luoghi di culto, o di completarli. E’ proprio entro il XIII secolo che sono ultimati, per giungere fino a noi, con le caratteristiche romaniche dell’epoca, o con aggiunte successive, il «Battistero di San Giovanni», la «Chiesa di San Martino», il primo ampliamento del «Castello di Belforte», il primo nucleo del «Castello di Masnago», tutti luoghi di cui tratteremo.






































