di Bruno Belli
Come ricordavamo nel capitolo precedente, l’area del borgo di Varese, lungo il XII secolo (e che rimase per lo più così per alcune centinaia di anni, tanto che di quanto parleremo più sotto si ha il medesimo assetto ancora nel XVII secolo) si estendeva, per il lungo, dall’attuale Via San Martino alla Motta e, per la larghezza, dalle attuali Via Veratti e Via Cavour.
Soltanto da un punto di vista formale si divideva in “quartieri” che prendevano il nome dalle sei porte di accesso di cui parlammo.
LE «SQUADRE».
La struttura topografica del borgo si suddivise, progressivamente, in due isolati lunghi e stretti rinchiusi in un sistema di vie che correvano a settentrione ed a meridione di cui quella centrale (grossomodo l’attuale Corso Matteotti), costituiva la direttrice più importante. Da qui, però, l’esigenza di organizzazione amministrativa del borgo e del contado a lui attorno richiese la necessità di una vera e propria divisione del territorio in quattro principali quartieri che furono definiti «squadre», ognuna delle quali denominata con lo stesso nome della chiesa presente che potete vedere in dettaglio nella fotografia n. 9 che riproduce il ridisegno, curato da Carlo Benzoni, dell’originale pubblicato da Leopoldo Giampaolo in «Cartografia varesina» a sua volta tratto da Luigi Borri (1891).
«Squadra di San Martino»: quartiere settentrionale che comprendeva anche Giubiano, e che si stendeva pressappoco dallo «Stradone di San Francesco» (oggi Via Morazzone) alla perpendicolare formata dalla «Stretta di Sant’Antonino» (oggi via Broggi) e da Piazza Sant’Antonino (oggi Piazza Carducci), dove, nel XVI secolo sarebbe sorto i complesso del Monastero di Sant’Antonino, di cui oggi sono visibili al pubblico il Chiostro (in fondo a Corso Matteotti) e Sala Veratti, monumenti di cui tratteremo a tempo debito.
«Squadra di Santa Maria»: il quartiere centrale superiore, che, dai limiti tracciati con quella della «Squadra di San Martino» si estendeva fino alla zona dell’attuale «Arco Mera» e di Piazza della Canonica.
«Squadra di San Giovanni»: l’altro quartiere centrale, quello inferiore, che si estendeva fino a «Porta Campagna», l’attuale imbocco tra via Sacco e Via Veratti fino alla propaggini di Casbeno.
«Squadra di San Dionigi»: il quartiere meridionale con Bosto, il quale si estendeva tra il «Vicolo Cantarana» (oggi Corso Aldo Moro) e «Via Milanese» (oggi Via Manzoni).
A tali «squadre» furono aggiunte, con la stessa denominazione, le «castellanze maggiori» di Biumo Superiore e di Biumo Inferiore (sulle castellanze torneremo a tempo debito).
Le squadre avevano un proprio «reggente», che doveva riferire prima ai due consoli, quindi, dopo la pace di Costanza (1183), al podestà, i propri consoli, gli «uomini di provvisione» (coloro che provvedevano alla manutenzione dei luoghi comuni, i «protettori dei carcerati» (le guardie, diremmo oggi), i «deputati della sanità» (poi «ufficio di igiene»), il «giudice delle vettovaglie» (colui che doveva provvedere all’arrivo delle merci d’uso quotidiano) ed il «sindacatore» del medesimo (che doveva verificarne le scorte).
Secondo lo storico varesino Luigi Borri, tali ripartizione sarebbe da far risalire al XIII secolo, poiché l’esistenza delle «squadre» è menzionata per la prima volta in un documento che data 10 agosto 1305.
LA VITA NEL BORGO.
Secondo quanto ricorda il Borri, ed in seguito Leopoldo Giampaolo con altri storici, il ristretto perimetro tracciato dal fossato che circondava il borgo tra una porta e l’altra, in questi secoli non disponeva di vere e proprie mura di cinta. Per rinserrarlo erano state allestite massicce fiancate attorno ai giardini ed agli orti che servivano da barriera, altrimenti gli stessi caseggiati disponevano sul lato esterno di robuste pareti, per lo più con poche aperture, utili solo all’osservazione. Il fossato, come ricordavamo, era scavalcato da ponti che precedevano le massicce porte di legno chiodate, con borchie, catene ed anelli. Le porte erano sempre chiuse dopo il tramonto e riaperte all’alba. In caso di attacchi, le porte venivano presto murate ed i ponti demoliti.
Ogni quartiere provvedeva alla manutenzione delle proprie strade, alla ripulitura dei fossi di scolo e vigilava, affinchè la vita potesse scorrere in modo civile e senza dispute.
Attraverso le porte quotidianamente entravano i contadini, i mercanti ed i pellegrini, ciascuno per le proprie faccende: così, però, erano anche facilitate periodiche epidemie di colera e di peste che contagiavano gran parte della popolazione. I medici scarseggiavano ed erano per lo più monaci o chierici, i quali provvedevano soprattutto agli interessi dei propri monasteri, così che gli ammalati curati spesso si legavano con donazioni o compensi (denaro, cibi, animali) ad un determinato convento o chiesa.
Le case non avevano più di due piani: erano costruite per lo più in pietra ed i tetti erano realizzati con coppi di argilla cotta che li rendeva impermeabili all’acqua. Il mobilio era formato semplicemente dai letti, sovente pagliericci disposti su tavole di legno, un tavolo, una dispensa che conteneva la farina per il pane (che in questi secoli si faceva solo in casa) ed altre vivande provenienti soprattutto dagli orti.
Si mangiava, per lo più, due volte al giorno: la mattina, il desco prevedeva il pane, una fetta o due di lardo e della verdura; il pomeriggio, attorno alle 16, veniva servita una minestra di ortaggi. La domenica, e nelle festività principali, la lista delle pietanze aggiungeva la carne (ma non per tutti) ed il vino che era prodotto nelle vigne circostanti al borgo.
Le case degli artigiani – che formavano la parte più consistente della popolazione, se si escludono i religiosi – avevano un locale adibito a bottega, nel retro del quale era la stanza principale dove viveva la famiglia, che poteva comprendere anche quella degli operai e dei servitori.
Siccome non esistevano fogne (saranno create al tempo di Maria Teresa), i rifiuti erano buttati o nei fossi presso il Vellone o presso gli altri corsi d’acqua, oppure per le strade, dove, senza distinzione, razzolavano incerca di cibo i maiali, starnazzavano i polli e giocavano i bambini.
LE PRIME ISITUZIONI – GIACOMO PERABO’.
Tra il XII ed il XIII secolo, però furono avviate anche opere assistenziali come l’«ospedale per gli indigenti», fondato nel 1173 ed ubicato al «Nifontano» nella Castellanza di Bosto (il termine «Nifontano» significa «nuove fonti», perché nella zona sgorgava una fonte d’acqua rocciosa oggi tuttora attiva, ma incanalata). Negli stessi secoli si formarono come nel resto di Italia, le «corporazioni», ovvero l’insieme di più persone praticanti lo stesso mestiere, quali artigiani e mercanti.
Le prime leggi varesine, che scritte risalgono al 1271, riguardano i ladri ed i bestemmiatori ed erano molto severe e dovevano essere applicate dal podestà, il primo dei quali ricordato dalla storica varesina fu Giacomo Perabò, di cui narra in particolare il Garancini in «Crisi del feudalesimo a Varese», contenuto nel «Calandari» della «Famiglia Bosina» per l’anno 1976. Perabò fu un uomo di gran senno e di acuta intelligenza, appartenete alla casata dei «Perabò» una delle famiglie varesine più antiche il cui stemma (ancora oggi uno visibile nella portale della Casa d’angolo tra Via Albuzzi e via Perabò), contiene l’immagine di una pera e di un bue, che formano, uniti, per l’appunto il cognome.
La famiglia ebbe importanza in città per più secoli e torneremo a trattarne più nello specifico.
I prudenti e razionali giudizi da lui pronunciati nelle assemblee pubbliche furono conservai, consultati ed applicati anche nei secoli successivi.
Tra qualche esempio di punizioni per i ladri e per i bestemmiatori ricordiamo come il Podestà dovesse, al primo furto, far cavare un occhio; al secondo, dovesse intervenire con maggior peso, facendo tagliare le mani al condannato; all’eventuale terzo delitto farlo impiccare. Per i bestemmiatori la pena era “minore”: la condanna era ad una multa che, se non potesse essere stata pagata per mancanza di denaro, era convertita in esposizioni pubblica alla berlina o alla gogna e, quindi, flagellati.
I cittadini che avessero accolto nella propria abitazione ladri, banditi od omicidi avrebbero pagato la pena con la distruzione della casa stessa.
Per quanto riguarda la popolazione del contado, proprio in questi anni si formarono nuove comunità rurali ed alcuni castelli (da cui il nome di «castellanze» ai luoghi attorno al borgo) furono trasformati in fattorie ed in dimore rurali per i signori proprietari delle terre, come avvenne, in modo particolare per il «Catello di Belforte» (come si può vedere nelle foto nn. 14-22 alcune tratte dal volume «Belforte: alla ricerca de tempo perduto» a cura della Scuola «Sacco» di Varese).
E’ interessante notare come alcune di queste fattorie, o cascinali, come sarebbero stanti anche chiamati, pure con trasformazioni avvenute nei secoli successivi, fossero ancora visibili ed abitate nei primi anni del XX secolo. (come si può vedere nelle foto nn. 11-22 alcune di quelle del Castello tratte dal volume «Belforte: alla ricerca de tempo perduto» a cura della Scuola «Sacco» di Varese).
Bibliografia minima (per approfondire):
- AA.VV. Varese: vicende e protagonisti, Bologna, Edison, 1977
- Ambrosoli, Luigi, Varese, storia millenaria, Varese, Macchione Editore, 2002
- Benzoni, Claudio, Origini di Varese. Primavera varesina dopo le stagioni barbariche, Varese, Benzoni Editore, 2012
- Brambilla, Luigi, Varese e il suo circondario, Varese, Tipografia Ubicini, 1974.
- Giampaolo, Leopoldo, Quando sorse Varese, in «Rivista della Società storica varesina», Varese, aprile 1981
[Le singole foto, alcune tratte dalle pubblicazioni in Bibliografia, altre di mia proprietà o reperite nel web sono accompagnate come sempre da didascalie e da qualche notizia specifica in relazione al testo].
- «Casa Perabò» con la celebre finestra in stile «Gotico Lombardo» del sec. XIV – XV, in un olio dei primi anni Ottanta del secolo scorso che la ritrae come appariva nei primi anni del Novecento.
- «Casa Perabò» con la celebre finestra in stile «Gotico Lombardo» del sec. XIV – XV, come appare oggi. Il corpo edificato tra il XIII ed il XIV secolo, subì negli anni diverse modifiche e ampliamenti. La stessa finestra in cotto risale alla fine del XIV secolo, primi anni del XV secolo ed è un esemplare magnifico di «Gotico Lombardo» le cui mattonelle che compongono le spallette della stessa sono bassorilievi con diversi soggetti.
- La magnifica finestra in cotto, come descritta nella foto 2 in un’altra foto che esalta la bellezza dell’opera.
- La magnifica finestra in cotto, come descritta nella foto 2 in un’altra foto che esalta la bellezza dell’opera.
- La magnifica finestra in cotto, come descritta nella foto 2 in un’altra foto che esalta la bellezza dell’opera.
- Lo stemma della famiglia Perabò – con le 3 pere ed il bove che conferiscono il cognome. E’ lo stemma ufficiale. Lo ritroviamo presente in altorilievo sulla chiave di volta del portale del palazzo tra C.so Mattetti e via Albuzzi, riprodotto nell’acciottolato del cortile di Casa Perabò (vedi foto 8). Il Blasone ritrae l’immagine di un toro furioso, sormontato da un gruppo di tre pere fogliate pendenti dal capo dello scudo. Il contrasto cromatico tra il fondale azzurro e il rosso acceso del toro sembra esaltare ancor più la bellicosità dell’animale. Stemma inquartato dal 1631 nell’arma dei nobili De Colombani. «Biblioteca Palatina della Città di Firenze – Dal libro della nobiltà italiana».
- Blasone dei Perabò. E’ lo stemma riportato sull’Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana Stemma inquartato dal 1631 nell’arma dei nobili De Colombani. «Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana, Vol. V, pp. 245-247».
- Lo stemma dei Perabò, composto con l’acciottolato sul selciato del cortile di «Casa Perabò».
- Ridisegno, curato da Carlo Benzoni, dell’originale pubblicato da Leopoldo Giampaolo in «Cartografia varesina» a sua volta tratto da Luigi Borri (1891) che riporta la suddivisione delle «squadre» come descritto nel brano.
- Fotografia del Primo Novecento del complesso di Case al Nifontano dove sorgeva un tempo l’ «Ospedale» edificato nel 1173, sul quale torneremo.
- «Cascina Bicocca» a S. Ambrogio, come appariva ancora all’inizio del Novecento. Questa cascina, come le altre, ha le prime origini all’epoca di cui parliamo (sec. XIII).
- «Cascina Ghiringhelli», presso viale Aguggiari, come appariva ancora all’inizio del Novecento. Questa cascina, come le altre, ha le prime origini all’epoca di cui parliamo (sec. XIII).
- «Cascina Mentasti», sotto Belforte, come appariva ancora all’inizio del Novecento. Questa cascina, come le altre, ha le prime origini all’epoca di cui parliamo (sec. XIII).
- «Castello di Belforte», il portale con lo stemma della famiglia «Biumi» che lo trasformò in villa, dopo che era già stato cascinale e che lo sarebbe ridiventato nel XVIII secolo. Fu un perfetto esempio di Villa di campagna con annessi dedicati all’agricoltura.
- «Castello di Belforte», una cucina, che attesta l’uso «villico» del vecchio maniero. La foto, del primo Novecento, è tratta dal volume: Quelli della Sacco, «Belforte, alla ricerca del tempo perduto», Varese, Scuola «Luigi Sacco», 1996.
- «Castello di Belforte», Ancora, nel primo Novecento, gli strumenti agricoli del maniero trasformato in cascinale. La foto è tratta dal volume: Quelli della Sacco, «Belforte, alla ricerca del tempo perduto», Varese, Scuola «Luigi Sacco», 1996.
- «Castello di Belforte», Ancora, nel primo Novecento, gli strumenti agricoli del maniero trasformato in cascinale. La foto è tratta dal volume: Quelli della Sacco, «Belforte, alla ricerca del tempo perduto», Varese, Scuola «Luigi Sacco», 1996.
- «Castello di Belforte», interessante immagine del Primo Novecento che attesta come fosse destinata una parte del vecchio castello La foto è tratta dal volume: Quelli della Sacco, «Belforte, alla ricerca del tempo perduto», Varese, Scuola «Luigi Sacco», 1996.
- «Castello di Belforte», una «luma», ovvero la lucerna, strumento medievale ripreso dall’antichità ed in uso ancora nel XIX secolo.La foto è tratta dal volume: Quelli della Sacco, «Belforte, alla ricerca del tempo perduto», Varese, Scuola «Luigi Sacco», 1996.
- «Castello di Belforte», fotografia del 1912. La foto è tratta dal volume: Quelli della Sacco, «Belforte, alla ricerca del tempo perduto», Varese, Scuola «Luigi Sacco», 1996.
- «Castello di Belforte», le residenti ultime testimoni della vita contadina all’interno del maniero. La foto è tratta dal volume: Quelli della Sacco, «Belforte, alla ricerca del tempo perduto», Varese, Scuola «Luigi Sacco», 1996.
- «Castello di Belforte», Particolare del colonnato, come appariva nei primi anni del Novento. Si noti la paglia che invade il selciato tra le due scalette, per lasciare gli animali a riposo. La foto è tratta dal volume: Quelli della Sacco, «Belforte, alla ricerca del tempo perduto», Varese, Scuola «Luigi Sacco», 1996.






















