C’è un momento, nella vita di un medico, in cui lo studio lascia spazio all’azione. In cui i libri diventano mani, sguardi, decisioni rapide. È accaduto pochi giorni fa all’Università dell’Insubria, dove sono stati proclamati 17 nuovi specialisti in Medicina d’Emergenza Urgenza, già impegnati nel Pronto Soccorso del territorio.
Tra loro c’è Chiara Corino. La sua storia racconta cosa significa scegliere questa strada e perché può diventare fonte di ispirazione per altri giovani medici.
Una scelta che nasce dalla passione
«Cinque anni fa ho iniziato il percorso di specializzazione in Medicina d’Emergenza Urgenza», racconta Chiara Corino. Una scelta che definisce impegnativa e che richiede piena consapevolezza: «Bisogna avere la passione per fare questo lavoro», soprattutto perché significa accettare turni notturni, weekend e ritmi intensi. «È il mio sogno da quando ero bambina».
Per Corino, l’emergenza «è una branca che mette insieme aspetti della medicina interna, dell’anestesia e rianimazione, della cardiologia». Una disciplina costruita sull’urgenza, capace di formare «un medico a tutto tondo», pronto a «gestire qualsiasi situazione, anche in mezzo alla strada».
Una scuola giovane che cresce
Quella dell’Insubria è una scuola di specializzazione in forte crescita. Con questa quarta tornata di specializzazioni, i medici formati arrivano a quota 30 in quattro anni. Un aumento che, come sottolinea Marco Paolo Donadini – direttore della Scuola di specializzazione in Medicina d’Emergenza Urgenza (MEU) e responsabile del Centro Trombosi e Emostasi dell’Ospedale di Circolo di Varese – è legato a quanto accaduto durante la pandemia: «Subito dopo il Covid il sistema sanitario si è reso conto che mancavano troppi medici e il Ministero ha bandito un numero di posti notevolmente superiore rispetto agli anni precedenti».
Una decisione politica che ha permesso anche alla Scuola dell’Insubria di crescere rapidamente e di formare un’intera generazione di nuovi specialisti, un aiuto concreto per alleggerire la pressione quotidiana sui Pronto Soccorso, luoghi sempre aperti e spesso affollati.
Competenze e lavoro di squadra
Donadini descrive una professione che attira sempre più giovani: «È una disciplina che sta crescendo come capacità riconosciuta del medico esperto nella gestione acuta del paziente», con competenze trasversali e un forte lavoro di squadra.
Queste competenze, spiega Chiara Corino, si applicano nel lavoro quotidiano: «Il nostro compito è quello di intercettare subito i pazienti più gravi e mettere in atto rapidamente i trattamenti necessari, perché per molte patologie il tempo è essenziale».
L’emergenza è una professione «di collaborazione», evidenzia Donadini, che richiede competenze elevate ma restituisce anche grandi soddisfazioni. «Quando una professione è fatta con passione, trasmette anche serenità e gioia» osserva, ricordando come sempre più studenti si avvicinino a questa scelta vedendo giovani colleghi motivati e consapevoli.
Curare anche a casa
Accanto al lavoro in Pronto Soccorso, a Varese è stato avviato anche un nuovo modo di seguire i pazienti dopo la fase acuta. È stato introdotto il Team di risposta rapida domiciliare1 (TRRD), che coinvolge gli stessi medici e infermieri del Pronto Soccorso, e porta la cura direttamente a casa.
«Facciamo turni aggiuntivi rispetto a quelli in Pronto Soccorso» spiega Corino «e andiamo nelle case dei pazienti per visitarli, attuando, di fatto, un ricovero domiciliare». Un modello che riduce l’ospedalizzazione e permette alle persone di restare nel proprio ambiente, senza rinunciare alla sicurezza dell’emergenza.
Questo approccio nasce dalla visione di Francesca Cortellaro, primaria del Pronto Soccorso, che ha introdotto modelli organizzativi già sperimentati altrove e una forte attenzione alle persone. «Ha portato la sua esperienza maturata negli ospedali di Milano, riorganizzando l’attività del reparto» racconta Corino. «In poco più di un anno c’è stata una vera rivoluzione, in senso positivo».
Un messaggio ai giovani
Per Chiara Corino, tutto questo non è solo una specializzazione conclusa, ma una scelta che continua. Accettare la fatica, il tempo che stringe, la responsabilità di esserci quando serve. In Pronto Soccorso, per strada, nelle case delle persone.
