Piero Cicoli e il color vibrante. Un ricordo a dieci anni dalla scomparsa

Raccontare Piero Cicoli significa attraversare più territori insieme: la pittura, la ceramica, l’incisione, ma anche – e in massima parte – la didattica. La sua biografia non è solo il percorso di un artista, ma il tracciato coerente di una ricerca che ha saputo tenere insieme rigore tecnico e libertà sperimentale, radici e apertura.

Nato a Urbania nel 1939, in una terra storicamente legata alla maiolica, Cicoli cresce immerso in una cultura materiale del fare artistico. La formazione presso l’Istituto d’Arte di Urbino, sotto la guida di maestri come Federico Melis e Carlo Ceci, gli consegna fin da subito una padronanza tecnica solida, quasi “rinascimentale”, che resterà una costante della sua produzione in ogni supporto materico. Il trasferimento a Varese nei primi anni Settanta segna un passaggio decisivo. Qui, al Liceo Artistico Frattini, insegna Discipline pittoriche per oltre vent’anni, formando generazioni di studenti. Parallelamente, fonda il Gruppo Montefeltro con altri docenti e artisti (Cacioli, Galoppi, Paoli, Piersantini e Sisti), mantenendo vivo il dialogo con le origini marchigiane e interrogandosi sul linguaggio espressivo. A dispetto dei tempi “oscurantisti” (la definizione è di Leo Spaventa Filippi), Cicoli sfida la tradizione fino in fondo attualizzandola attraverso una progressiva essenzializzazione del linguaggio espressivo.

Ciò che colpisce nel percorso umano di Piero Cicoli è la sua capacità di non fermarsi mai. Pittore, incisore, ceramista e non solo: ogni tecnica diventa per lui un campo di prova. La sua ricerca si muove lungo una tensione costante tra figurazione e astrazione, senza mai risolversi del tutto. È proprio in questa “sospensione” consapevole che si riconosce la sua cifra. Il colore è il vero protagonista della sua opera. Non un semplice elemento formale, ma un principio vitale, “vibrante” (dal titolo della retrospettiva che ho curato contemporaneamente a Varese e Como nel 2022 in collaborazione con l’archivio Cicoli). Le gamme calde – rossi, aranci, gialli – rimandano alla terra d’origine, alla luce dei paesaggi marchigiani. Sono colori che non descrivono, ma evocano; non rappresentano, ma trasmettono energia.

Al Liceo Frattini Cicoli non si limita all’insegnamento tradizionale: porta in classe la sperimentazione. Emblematici sono i filmati realizzati tra gli anni Ottanta e Novanta con gli studenti, veri e propri progetti collettivi in cui i ragazzi partecipavano a ogni fase creativa, dalla scrittura alla regia. Un’esperienza che anticipa modelli educativi oggi molto diffusi, ma che allora rappresentava un’intuizione coraggiosa: imparare facendo, mettendosi in gioco. Cicoli verrà anche invitato dall’Accademia di Belle Arti Aldo Galli di Como, città culla dell’astrattismo, dove insegnerà sognando che un giorno anche Varese un giorno possa avere la sua Accademia. Contestualmente la sua attività espositiva si amplia a livello internazionale, con mostre in Europa, Stati Uniti e Asia, a conferma di un linguaggio capace di parlare oltre i confini.

Scomparso esattamente dieci anni fa, Cicoli lascia un’eredità importante: non solo nelle opere, ma nel metodo, nello sguardo, nell’idea stessa di arte come processo aperto. La sua ricerca testimonia le tensioni di un’epoca di passaggio, alle soglie del nuovo millennio, ma mantiene una sorprendente attualità. “Un tormento felice”, come disse la poetessa Laura Garavaglia commentando le sue opere esposte a Como, “capace di generare bellezza e pensiero”.

A raccogliere e rilanciare questa eredità è il Liceo Artistico Frattini, che ha visto operare il maestro per decenni. Sabato 18 aprile alle ore 11, presso lo spazio Clip, sarà inaugurata una piccola mostra in suo omaggio: un’occasione non solo per ricordarlo, ma per riscoprire la vitalità di un artista che ha saputo fare della coerenza una forma di libertà.