Lo sapevi che a Varese c’erano la casa del boia e la piazza delle esecuzioni?

di Samuele Corsalini

La Varese elegante delle ville, dei giardini e della villeggiatura ha anche un volto molto più duro, oggi quasi dimenticato. Per secoli, infatti, il centro cittadino fu anche il luogo in cui si amministrava la giustizia nel modo più crudele, con frustate, torture, impiccagioni, decapitazioni ed esecuzioni pubbliche.

A raccontarlo con chiarezza è Luigi Brambilla nel suo Varese e suo Circondario, pubblicato nel 1874, una delle fonti più preziose per ricostruire la storia del borgo. Ed è proprio lì che l’attuale Piazza Beccaria fu chiamata così, dopo il meeting del 1865 per sostenere l’abolizione della pena di morte, “per contrapposto”, perché in quella zona esisteva la casa del boia, cioè l’edificio dove si conservavano gli strumenti necessari alle esecuzioni capitali.

Il nome odierno, dunque, è quasi una risposta morale al passato. Da un lato il ricordo materiale del boia e delle sentenze di morte, dall’altro il nome di Cesare Beccaria, il grande autore illuminista che con “Dei delitti e delle pene” divenne il simbolo della battaglia contro la pena capitale. In poche parole, la piazza conserva nel suo stesso nome il passaggio da una giustizia spettacolare e feroce a una visione più moderna e civile.

Ma il cuore delle esecuzioni, secondo Brambilla, non era solo Piazza Beccaria. “Ordinariamente avevano luogo le esecuzioni capitali” in Piazza Podestà, dove si infliggevano anche altre pene corporali in uso nei secoli passati. Lo storico ricorda perfino le “reliquie” di quell’antica consuetudine. Erano presenti grandi anelli fissati alle colonne del palazzo, rimossi solo in tempi più recenti, e una colonna poi trasportata al cimitero monumentale di Giubiano. 

Le cronache riportate da Brambilla sono impressionanti. Nel 1579 fu decapitata una donna accusata di stregoneria. Nel 1591 un omicida venne impiccato davanti al palazzo della giustizia e poi squartato, con i quarti esposti alla vista pubblica. Nel 1597 un altro condannato fu trascinato per il borgo “a coda di cavallo” prima di essere impiccato; un altro ancora fu impiccato e poi decapitato “a maggior infamia”. Nel 1622 fu impiccato Carlo Zucca del Sacro Monte, colpevole di aver ucciso una monaca. E nel 1644 un criminale di Cugliate, dopo l’esecuzione, ebbe perfino la testa esposta sopra Porta Rezzano.

Uno dei casi più agghiaccianti è quello di Pietro Francesco Trinchinetti, ricordato da Brambilla sulla base di una cronaca manoscritta. La sentenza stabiliva che fosse trascinato fino al luogo del supplizio, impiccato, lasciato appeso per tutto il giorno e infine decapitato, con la testa collocata in una gabbia di ferro su una colonna di legno “per pubblico esempio”. La forca, si legge, era piantata davanti al Pretorio, in modo che potessero vedere tutti: non solo chi era in piazza, ma anche chi passava lungo il corso.

È questa la parte più cruda della vicenda: la pena non serviva solo a punire. Doveva essere vista. Doveva fare paura. Doveva trasformarsi in monito collettivo.

E allora sì, può sembrare incredibile, ma nel cuore di Varese esistevano davvero la casa del boia e la piazza delle esecuzioni.

Oggi restano i nomi, i palazzi, il passaggio frettoloso di ogni giorno. Ma sotto quella normalità, le vecchie cronache ci ricordano che anche Varese, come molte città italiane, ha conosciuto una giustizia pubblica durissima, fatta di spettacolo, terrore e sangue.