Alle Ville Ponti, questa mattina, la festa della Polizia di Stato a Varese ha avuto il respiro di un commiato.Il 174° anniversario si è trasformato in qualcosa di più intimo e condiviso: un racconto collettivo, capace di restituire alla città il senso profondo di una presenza quotidiana. Una scelta che porta con sé la firma del questore Carlo Mazza, ormai vicino alla pensione, che ha voluto salutare Varese con uno stile diverso, più umano, più vicino alle persone.
Nel suo intervento ha richiamato il valore del motto «Esserci sempre» come partecipazione concreta alla sicurezza, costruita insieme ai cittadini: «condivisa partecipazione alla costruzione del sistema sicurezza grazie al contributo di tutti i poliziotti, ma soprattutto dei cittadini». Ha parlato di un patto antico, «fondato sulla reciproca fiducia», definendo la festa «il momento in cui rinnoviamo quel patto con la gente e con le nostre comunità». E ha lasciato emergere un tratto personale quando ha ricordato cosa significhi indossare la divisa: «responsabilità e senso del dovere», fino al ringraziamento alla famiglia, che gli ha consentito di vivere pienamente anche «l’ultima occasione di essere qui oggi con voi a celebrare la Festa della Polizia». Parole che avevano il peso di un bilancio, e insieme la leggerezza di un saluto.

In sala, accanto alle autorità civili, militari e religiose, si percepiva chiaramente il senso di una comunità riunita attorno ai propri presidi. Erano presenti, tra gli altri, il prefetto Salvatore Pasquariello, il sindaco di Varese Davide Galimberti, il presidente della Provincia Marco Magrini, il sottosegretario regionale Raffaele Cattaneo, i consiglieri regionali Giacomo Cosentino, Emanuele Monti, Romana Dell’Erba, e Giuseppe Licata, l’onorevole Maria Chiara Gadda e l’europarlamentare Isabella Tovaglieri. Una presenza ampia, trasversale, che racconta come il tema della sicurezza attraversi ogni livello della vita pubblica e quotidiana.
Il cuore della mattinata, però, è stato il modo in cui la Polizia ha scelto di raccontarsi. Attraverso un filmato firmato da Matteo Inzaghi, i reparti e le operazioni più significative sono stati presentati con un linguaggio nuovo, capace di unire immagini, ritmo e memoria. Ne è nato un racconto visivo dal tono quasi cinematografico, che ha dato voce alle storie dietro le divise, rendendo visibile ciò che spesso resta nascosto.

In questo disegno narrativo ha brillato l’intervento di Max Laudadio, che con la sua agenzia QuokkaLab ha trasformato le motivazioni delle premiazioni in veri e propri racconti. Le operazioni sono diventate sequenze, i fatti si sono fatti immagini, e la sua voce ha accompagnato il pubblico dentro storie rese vive da una cifra visiva ispirata al fumetto noir. Il risultato è stato coinvolgente: il merito si è trasformato in emozione, la cronaca in narrazione, la professionalità in memoria condivisa.

Accanto alla bellezza del racconto, sono emersi dati che invitano alla riflessione. I reati predatori restano una presenza significativa, le truffe continuano a crescere, e preoccupa l’aumento del coinvolgimento dei più giovani. Anche il panorama delle sostanze stupefacenti cambia volto, con una diffusione sempre più ampia di quelle sintetiche. Un quadro complesso, che chiede attenzione e continuità nell’azione. Lo stesso questore ha invitato a leggere questi numeri con lucidità, sottolineando come l’intensificazione dei controlli e la maggiore propensione a denunciare contribuiscano a far emergere una realtà che, in parte, prima restava meno visibile.
Eppure, proprio dentro questa complessità, la festa di oggi ha trovato il suo senso più autentico. Una Polizia che sceglie di raccontarsi con linguaggi nuovi riesce ad avvicinarsi alla propria comunità in modo più diretto, più comprensibile, più vero. E il saluto del questore, nel suo ultimo anniversario varesino, assume così il valore di un gesto: lasciare in eredità non solo un bilancio, ma uno stile.
Un modo di dire che la sicurezza vive di presenza, ma anche di relazione. Che la forza delle istituzioni sta nella loro capacità di essere riconosciute, ascoltate, comprese. E che, a volte, per farsi davvero capire, serve il coraggio di cambiare racconto.
