La Liala che non ti aspetti

di Carla Tocchetti

Macché romanzi rosa! Liala si infuriava quando sentiva pronunciare quella parola. «Nei miei libri non c’è il rosa, c’è la vita !!», diceva. E aveva ragione: dentro le sue ottanta storie e decine di novelle, scritte in più di cinquant’anni di carriera e vendute in oltre dieci milioni di copie, pulsa un’energia tutt’altro che sdolcinata. C’è tutto un mondo di passioni, ambizioni, ribellioni.

Nata nel 1897 a Carate Urio, sulle rive del Lago di Como, Amalia Liana Negretti Odescalchi – questo il suo nome reale – cresce in una casa dove sotto c’è la farmacia del padre e sopra, il balcone che si apre sull’acqua. È qui, tra i riflessi mutevoli e volte nervosi del lago, che Liala, orfana prestissimo del padre, impara a vivere il paesaggio naturale come specchio degli stati d’animo: il lago con la sua calma dolcezza quando sogna, le onde ricciole e increspate quando si ribella.

A sedici anni, nel 1913, vede per la prima volta un piccolo idrovolante fendere l’aria sopra Como. È amore a prima vista: quella macchina che sfreccia coraggiosa sopra l’acqua diventa il simbolo di una spregiudicatezza che contraddistinguerà tutta la sua vita. Negli anni Venti, vive da protagonista la splendida epopea italiana del volo, conosce piloti e progettisti alla base navale di La spezia, frequenta gli hangar della Macchi sul Lago di Varese. E si innamora di un aviatore vero: il marchese Vittorio Centurione Scotto, giovane, bello e temerario. E’ vero, nella sua storia c’è già un matrimonio difficile e anche una figlia, ma il cuore di Liala cerca l’amore vero, quello per sempre: e la storia con il pilota dagli occhi d’oro è come un romanzo, turbine clandestino fra cieli, laghi e passione.

Di colpo la tragedia. Lui muore in un incidente durante una corsa di velocità nel suo “bolide rosso”, il mitico ma Liala deciderà che la loro storia non si perderà mai: la sublimerà in letteratura. Nasce così Signorsì (1931), il suo primo romanzo, dove realtà e immaginazione si intrecciano.

La vera audacia di Liala non sta solo nel raccontare l’amore; sta nel raccontarlo a modo suo, da una prospettiva tutta femminile, libera dai moralismi e dalla dipendenza di rapporti convenzionali e stantii. Le sue protagoniste non attendono salvataggi, si buttano nella vita, rischiano, soffrono, ricominciano. Negli anni Trenta e Quaranta, mentre l’Italia è ancora imprigionata da ruoli rigidi, Liala racconta una donna-simbolo. Una donna moderna, che lotta per ciò in cui crede, lotta per il suo amore, proprio come lei.

Varese e Como sono gli scenari preferiti dei suoi romanzi: gli anni Trenta sono anche quelli del Futurismo, dell’ebbrezza tecnologica, del Volo a vela e delle prime gare aeree. In questo clima febbrile, che ama la velocità, Liala è instancabile. Scrive e pubblica diventa un nome famoso, un marchio, oggi si direbbe che diventa un’icona pop. Pioniera del racconto al femminile, non ha scritto solo una lunga lista di romanzi, ma ha promosso l’idea di una femminilità autonoma e determinata, capace di imprimere la propria personalità agli avvenimenti.

Nel dopoguerra grazie a editori illuminati, troverà il modo di dialogare direttamente con le sue lettrici nelle rubriche di Confidenze, Intimità e Luna Park, rivolgendosi a loro come amiche: intuisce prima di chiunque altro che le donne hanno bisogno di spazi loro, di emozioni da condividere, di parole che non giudichino ma incoraggino.

A metà degli anni Cinquanta, ormai sola con le due figlie Primavera e Serenella, si ritira alla “Cucciola”, una villetta tranquilla al Montello di Varese, dove continuerà a scrivere finchè gli occhi lo consentiranno, ticchettando tutta notte, vestita e acconciata con eleganza, regina di un mondo che lei stessa aveva creato. Quella signora minuta come un grissino, che mangiava “riso all’olio, bistecca ai ferri e frutta cotta anche a Natale”, ci lascerà nel 1995, e verrà sepolta nel cimitero di Velate con un abito di Valentino. Fedele a se stessa fino all’ultimo e per noi, icona indimenticabile