La contabilità del verde: a Varese la politica non ha capito cosa sta perdendo

C’è un momento, nelle polemiche cittadine, in cui il rumore supera il contenuto.
A Varese, in queste settimane, quel momento sembra essere stato raggiunto parlando di alberi.
Da una parte la Lega, che denuncia numeri alla mano un presunto saldo negativo. Dall’altra il sindaco Davide Galimberti, che replica rivendicando nuove piantumazioni e accusando gli avversari di strumentalizzazione. Due comunicati, due verità parallele. E una domanda che resta fuori campo.

I dati ufficiali del Comune raccontano una realtà meno netta. Dal 2016 al marzo 2026 le piantumazioni ci sono state, con andamenti altalenanti: picchi come il 2020 (1.088 alberi), ma in gran parte legati a compensazioni private, e numeri più contenuti negli anni successivi. Anche gli abbattimenti seguono una loro traiettoria: costanti, a tratti in aumento, con un’accelerazione recente dovuta anche agli eventi climatici.
Messi uno accanto all’altro, questi numeri consentono sia di accusare sia di difendere. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Poi c’è la questione sollevata da Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale. Ed è qui che il terreno smette di essere politico e diventa, semplicemente, reale: un albero non vale uno.
Un esemplare maturo o secolare concentra decenni, a volte secoli, di funzioni ecosistemiche: ombra, assorbimento di CO₂, regolazione del microclima, stabilità del suolo. Tutto questo non si sostituisce piantando un giovane albero.
Gli studi richiamati da William Moomaw sono chiari: per compensare davvero la perdita servono numeri enormemente superiori a quelli che entrano nei comunicati. Migliaia di nuove piante per ogni grande albero perso. Si parla di mettere a dimora 3028 nuovi alberi ( circonf.14-16 ) o 48.000 alberi come quelli che è solito mettere a dimora il Comune, contro i 2.480 effettivamente piantati. A questo punto, la polemica cambia scala. E perde consistenza.

Se si guarda alla città, il problema diventa concreto. I castagni di Villa Toeplitz, che tra l’altro sono morti poco dopo la piantumazione. Il faggio rosso ultracentenario di Parco Mantegazza. Le scelte nei parchi storici come Villa Baragiola. Episodi diversi, ma accomunati da un elemento: la perdita di alberi maturi che non hanno, né possono avere nel breve periodo, una reale compensazione.
Sono casi che raccontano molto più dei totali annuali. Perché lì il valore non è numerico: è paesaggistico, storico, climatico. E soprattutto, è perso.

A questo punto, la questione è semplice. Non si tratta di stabilire chi abbia piantato di più o tagliato di meno. Si tratta di capire se chi governa abbia compreso cosa rappresenta davvero un albero in una città come Varese. Continuare a sommare piantumazioni giovani e sottrarre abbattimenti di esemplari maturi, presentando il risultato come un successo, non è una semplificazione: è un modo per non affrontare il problema. Perché il problema, alla luce di quanto evidenziato da Daniele Zanzi, è evidente: le perdite reali non sono state compensate.

In questo senso, la polemica politica appare per quello che è: una rappresentazione che semplifica fino a svuotare il problema. Ma la risposta dell’amministrazione va oltre la semplificazione: rischia di trasformarsi in una rassicurazione che non regge alla prova dei fatti. Perché Varese si definisce città giardino. E in una città giardino, continuare a trattare gli alberi come numeri, ignorando il loro valore reale e il tempo necessario a ricostruirlo, non è solo una scelta comunicativa. È il segno di non aver compreso nulla di ciò che si sta amministrando.