Il Falò della Motta non si è mai arreso

Intervista a Saverio Cova, 85 anni, Monello della Motta

VARESE – «Il falò non lo potevano spegnere. Al massimo lo seppellivamo». Saverio Cova ha 85 anni, una memoria lucidissima e una voce che porta addosso decenni di Piazza della Motta. È uno degli storici Monelli della Motta, custodi di una tradizione che a Varese è identità profonda.
Il Falò di Sant’Antonio, per lui è vita vissuta. «L’ho fatto tante volte. E non sempre con il permesso».
Il ricordo più emblematico risale al 1959. Quell’anno il Comune non concesse l’autorizzazione ad accendere il falò. Una decisione che, per i Monelli, era semplicemente inaccettabile. «Allora abbiamo fatto un funerale. Un funerale vero», racconta sorridendo. «Abbiamo comprato una cassa da morto, simulato la processione, fatto il giro della piazza e poi… abbiamo seppellito il falò».
All’epoca Piazza della Motta non era ancora lastricata. «Era terra battuta. Si poteva scavare. Lo abbiamo sotterrato lì». Un gesto simbolico, provocatorio, ironico e profondamente varesino. «Dopo un po’ il Comune ha ceduto. E il falò si è fatto».
Il falò, però, non era solo fuoco. Era anche presagio. Saverio ricorda una credenza antica, tramandata di bocca in bocca: «Se la fiamma tirava verso nord, voleva dire che sarebbe arrivata la neve. Se andava dall’altra parte, l’inverno sarebbe stato più tranquillo». E una volta, racconta, la previsione si avverò davvero. «La nevicata arrivò».
Parlando con Saverio, Piazza della Motta torna a essere quella di una volta. Un mondo intero racchiuso in pochi metri. «C’era un palazzo vecchio, poi buttato giù. C’erano i portoni, le botteghe. Il bottaio, il fabbro, i panettieri. L’Osteria delle Due Spade. Qui era tutto vivo».
La Motta era il centro della vita. «Io qui mi sono sposato. Qui ho fatto i funerali. Qui ci siamo sempre trovati». Anche la socialità aveva i suoi riti. Nel 1959, in un bar-tabaccheria dove oggi sorge una pizzeria, c’era l’unico televisore. «Ci portavamo la sedia da casa. Tutti lì a guardare la televisione». Ed è proprio lì che Saverio conobbe sua moglie. «Alla fine dell’anno. Suo fratello faceva il portinaio. È cominciato tutto così».
Non solo falò. Saverio ricorda un’altra tradizione quasi scomparsa: la Befana dei Monelli in Piazza Monte Grappa. «Si faceva il giorno della Befana. Intorno alla rotonda c’erano bottiglie di vino. Veniva il prete, a volte anche il vescovo, a benedirle. Per i pompieri, per i vigili, per tutti». Una festa popolare, comunitaria, oggi difficile anche solo da immaginare.
Nel racconto di Saverio Cova non c’è nostalgia, ma continuità. «Facciamo il falò in tranquillità», dice. «C’è sempre tanta gente. E finché ci sarà qualcuno che lo accende, la Motta resterà la Motta».
Perché a Varese, certe tradizioni non si spengono.
Al massimo, si seppelliscono. E poi tornano a bruciare.

Samuele Corsalini