Il Diavolo Veste Prada… e pensa alla prevenzione

Mercoledì sera, poco prima delle sette e mezza, qualcosa di insolito è successo in piazza Monte Grappa a Varese. Donne elegantissime — abiti rossi fiamma, total black, bianco candido — si sono ritrovate prima di entrare a vedere Il Diavolo Veste Prada, il sequel del celebre film con Meryl Streep. Il dress code era rigorosamente ispirato alla locandina della pellicola. Ma quello che sembrava un aperitivo glamour tra amiche nascondeva, sotto la superficie brillante, un’intenzione precisa e tutt’altro che leggera.

L’idea era nata quasi per caso. Anna Lodi, imprenditrice varesina e componente del Terziario Donna di Ascom, aveva pensato a una piccola uscita tra colleghe. «Ho fatto un piccolo gruppetto di amiche, ho chiesto la disponibilità di una sala piccola», racconta. Poi le richieste hanno cominciato ad arrivare. E ad arrivare ancora. «Posso venire anch’io? Posso portare mia sorella?». In pochi giorni la sala piccola non bastava più. Sono state coinvolte le imprenditrici di tutta la provincia — Varese, Busto Arsizio, Gallarate, Luino — attraverso la rete territoriale di Ascom. Risultato: 122 presenti, sold out, e una cinquantina di richieste rimaste senza posto.

Ma c’è un motivo per cui questa serata era speciale. Anna Lodi è toccata personalmente dal tema della lotta al tumore al seno. E così, quando il numero è cresciuto, ha voluto dare alla serata un significato in più: una raccolta benefica libera e separata dal costo del biglietto, destinata all’associazione CAOS — Centro Ascolto Operate al Seno di Varese.

CAOS è una realtà che Varese conosce bene. La sua fondatrice, Adele Patrini, ne è l’anima da quasi trent’anni: fondò l’associazione dopo il suo primo incontro con il tumore del seno, trasformando una situazione passiva in una attiva, con il bisogno di comunicare e dare senso a ciò che stava vivendo. Oggi Patrini è vicepresidente di Varese per l’Oncologia e promotrice di un nuovo corso della prevenzione, che da sfida medica diventa lotta sociale. Premiata con la Rosa Camuna dalla Regione Lombardia nel 2020, è una delle voci più riconosciute nel volontariato oncologico lombardo.

A fianco di Patrini c’era anche la professoressa Francesca Rovera, professoressa ordinaria di Chirurgia generale, direttrice del Centro di ricerche in Senologia dell’Università dell’Insubria e responsabile della Breast Unit dell’ASST Sette Laghi di Varese, una delle strutture ai primi posti in Lombardia per casi trattati. Rovera, a cui il Comune di Varese ha conferito la Martinella del Broletto è anche presidente della Scuola di Medicina dell’Insubria.

È stata proprio Rovera, nel breve momento condiviso prima della proiezione, a spiegare perché un film come questo possa diventare un veicolo di prevenzione. Il ragionamento è diretto: il tumore al seno, diceva già Umberto Veronesi, deve uscire dalle mura degli ospedali e dai reparti. Deve entrare nella vita delle persone, nei loro momenti di svago, nelle piazze, nei cinema. «L’universo femminile sfrutta eventi ludici, allegri, di socializzazione per non dimenticare», ha spiegato la professoressa, ricordando che in Italia sono oltre 834mila le donne che hanno combattuto o stanno combattendo questa malattia. Ogni evento, anche il più leggero, può diventare «un anello di una catena di prevenzione».

Il binomio sembra paradossale — un sequel hollywoodiano e la senologia — ma è esattamente in questa leggerezza strategica che risiede la forza dell’iniziativa. Parlare di prevenzione davanti a una platea già in festa, già disponibile, già connessa tra loro, produce qualcosa che nessun convegno medico riesce a generare: l’impressione che la prevenzione sia anche una cosa nostra, non solo dei medici. «È qui che arriviamo meglio nel cuore delle persone e nel cuore del territorio», ha detto Rovera.

In parallelo, la serata ha fatto nascere qualcosa di concreto anche sul piano imprenditoriale. Più di 40 commercianti hanno aderito all’iniziativa dedicando vetrine a tema nei tre colori del film tra Varese, Busto e Gallarate. Collaborazioni tra imprenditrici sono già nate nel corso della serata stessa. Una rete che si è formata, come ha detto Anna Lodi, «quasi all’istante».
Centoventidue donne, tre colori, una piazza e un’idea semplice: che una serata al cinema possa valere qualcosa in più. Il Diavolo, questa volta, ha vestito davvero bene.