di Francesca Nicolò
Nel pomeriggio di sabato 28 marzo presso la sala Veratti è stata inaugurata un’interessantissima mostra dedicata ad uno dei capitoli più scomodi e purtroppo meno conosciuti della storia lombarda: i sequestri di persona, avvenuti in particolar modo tra gli anni 70 e 80.
Vicende che hanno visto protagonisti soprattutto giovani appartenenti a famiglie benestanti e di spicco del panorama sociale ed imprenditoriale lombardo. Lo scopo principale era ottenere un riscatto più considerevole possibile da familiari in pena e disperati.
Inutile dire che le vittime affrontavano il rapimento spesso in condizioni assolutamente disumane, depredate di ogni dignità e lontano dai propri cari nell’incertezza di ciò che sarebbe accaduto.
Come la cronaca ci ha tramandato, non tutte le vicende ebbero esito positivo e questo rappresenta uno degli aspetti da tenere sempre ben saldo nella memoria.
Attraverso una dettagliata mostra fotografica dei diversi articoli di giornale, è stato possibile ripercorrere le vicende più note ed emblematiche di questo periodo.
Inoltre, l’inaugurazione è stata accompagnata da una conferenza in cui sono intervenuti alcune delle personalità protagoniste di questi fatti.
Il generale Emanuele Garelli e il magistrato Carmen Manfredda, moderati dal giornalista Tommaso Guidotti, assieme allo scrittore Massimiliano Comparin, autore del libro “Il male accanto”, hanno approfondito fatti, raccontato aneddoti e creato preziosi spunti di riflessione.
Alla presenza di folto e nutrito pubblico, non si è solo raccontato ma, attraverso gli ospiti, presenti ci si è letteralmente immersi in queste drammatiche vicende.
Analizzando il contesto storico culturale, le cronache e le diverse organizzazioni criminali fautrici di simili efferatezze.
Ascoltare chi ha lottato in prima linea con questi crimini ne ha permesso una comprensione ampia e analitica, oltre i semplici trafiletti dei libri di storia che sembrano dimenticarsi di questa parte dolorosa. Dietro ogni sequestro vi erano vite, famiglie e dinamiche che non si sono esaurite con la fine del semplice atto.
Ho avuto anche modo di confrontarmi con la dottoressa Manfredda, importante magistrata italiana con una carriera dedicata al contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo. Nota sia per i suoi ruoli operativi in Italia che per il suo impegno nelle istituzioni europee, allieva del magistrato Emilio Alessandrini (ucciso da un commando dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra Prima Linea) è una di quelle donne i cui incontri sono tra quelle esperienze che lasciano il segno nel cuore.
Esperienza impagabile, carisma straordinario e umiltà fuori dal comune.
Come lei stessa mi ha raccontato (e di cui farò tesoro) il suo motto è proprio: “umiltà nel giudizio”. Cosa può esserci di più grande di questo insegnamento per rappresentare il senso più intrinseco e viscerale della giustizia?
Tutti dovrebbero farne tesoro e lottare perché questa pagina di storia rimanga eterna ma irripetibile.
Un plauso agli organizzatori instancabili di eventi come questo: ossia l’Associazione nazionale dei carabinieri che, attraverso il lavoro instancabile del suo presidente, il professor Roberto Leonardi, ha reso possibile tutto questo.
