Fuoco di Sant’Antonio: oggi si può prevenire

La Dottoressa Emanuela Boschi

di Cristina Bellon

Molti lo chiamano ancora così, come si faceva una volta: fuoco di Sant’Antonio. Un nome che racconta la sensazione di bruciore intenso che questa malattia può provocare e che, in passato, veniva spiegata con immagini e credenze popolari legate alla figura di Sant’Antonio.

Oggi però sappiamo che dietro quel dolore c’è una causa scientifica: la riattivazione del virus della varicella, rimasto silente nell’organismo anche per decenni. Una condizione che riguarda soprattutto con l’avanzare dell’età e che può essere prevenuta.

A guidarci nella comprensione è la dottoressa Emanuela Boschi, Direttore Dipartimento Cure Primarie e S.C Vaccinazioni e Sorveglianza Malattie Infettive, da anni impegnata nella promozione delle vaccinazioni e della prevenzione delle malattie infettive sul territorio.

Dottoressa Boschi, che cos’è esattamente il fuoco di Sant’Antonio?

«Il fuoco di Sant’Antonio, o herpes zoster, è una malattia virale causata dalla riattivazione del virus varicella-zoster. Dopo l’infezione avuta spesso da bambini, il virus non scompare: rimane “addormentato” nei gangli nervosi e può riattivarsi anche dopo decenni, soprattutto in condizioni di stress o abbassamento delle difese immunitarie».

Come si manifesta questa malattia?

«All’inizio con sintomi poco specifici: bruciore, dolore, ipersensibilità della pelle. Dopo alcuni giorni compaiono vescicole piene di liquido, localizzate spesso sul torace, sulla schiena o sul viso. Il problema non è solo la fase acuta, ma soprattutto le possibili complicanze».

La più temuta è la nevralgia post-erpetica?

«Sì. È un dolore che può persistere anche dopo la guarigione delle lesioni cutanee, talvolta per mesi o anni. Può essere molto intenso e difficile da trattare, tanto che i comuni antidolorifici spesso non bastano. In alcuni casi servono farmaci specifici, come gli oppiacei, o addirittura il ricovero per effettuare terapie più complesse.

Chi è più a rischio di sviluppare forme gravi?

«L’età è un fattore importante: dopo i 50 anni il sistema immunitario diventa meno efficiente, a causa di un processo che chiamiamo “immunosenescenza”. Sono più esposte anche le persone con patologie croniche, oncologiche, o in terapia immunosoppressiva».

Esiste una prevenzione efficace?

«Sì, ed è importante dirlo chiaramente: esiste il vaccino contro l’herpes zoster. È un vaccino ricombinante adiuvato: questo significa che non contiene virus vivi, ma solo una piccola parte del virus, prodotta in laboratorio, sufficiente a “insegnare” al sistema immunitario a riconoscerlo. È molto sicuro. Si somministra in due dosi, a distanza di due-sei mesi, e garantisce una protezione duratura nel tempo».

A chi è offerto gratuitamente oggi in Lombardia?

«Attualmente è gratuito per tutti gli over 65, quindi per i nati dal 1961 in poi, e per gli adulti sopra i 18 anni che rientrano nelle categorie di rischio: persone immunodepresse, con patologie croniche, o che hanno già avuto recidive di herpes zoster».

Dove ci si può vaccinare nel nostro territorio?

«Ogni anno attiviamo una chiamata per chi compie 65 anni. In generale, i cittadini possono rivolgersi ai centri vaccinali, alle Case di Comunità e anche al proprio medico di base. Il percorso è semplice: noi forniamo il vaccino e il medico lo può somministrare direttamente. A Varese, ad esempio,il centro vaccinale è in via Ottorino Rossi n.9, aperto anche il sabato (mail: vaccinazioni.varese@asst-settelaghi.it)».

Il vaccino per l’Herpes ha benefici anche sulla prevenzione di forme di demenza?

«Uno studio recente indica una possibile riduzione del rischio di demenza, compreso l’Alzheimer, nelle persone vaccinate. È un ambito di ricerca molto interessante, che aggiunge valore a una scelta già importante per la qualità della vita».

Prevenire significa prendersi cura del proprio futuro, con un gesto semplice e consapevole. È una scelta che parla di attenzione e di benessere condiviso, qui, nella nostra comunità.