Famedio di Varese, oltre gli errori. Riflessione sul nostro modo di essere comunità

di Luigi Manco
Presidente dell’Associazione Culturale La Varese Nascosta

L’inaugurazione del Famedio al cimitero di Giubiano rappresenta un passaggio importante per Varese.
Un progetto atteso da tempo, frutto del lavoro di una commissione e di molte persone, nato con l’obiettivo di rendere omaggio ai cittadini che hanno dato lustro alla città. Un luogo della memoria pensato per crescere nel tempo, destinato ad accogliere progressivamente altri nomi e altre storie.

Come spesso accade, però, l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sugli errori. Alcuni nomi riportati in modo errato – cosa che non dovrebbe succedere e che va giustamente corretta – hanno finito per mettere in secondo piano il significato complessivo dell’opera. Nel giro di poche ore, sui social si è scatenata una reazione fatta di commenti duri, polemiche e toni spesso eccessivi.
A questo si è aggiunto anche un refuso, nato dal correttore automatico, che in diversi articoli e post ha trasformato Giubiano in “Giuliano”. Un errore involontario, ma sufficiente per alimentare ulteriori critiche e indignazione.


È così che, ancora una volta, si è perso di vista ciò che conta davvero.
Non si tratta di giustificare gli sbagli. Gli errori vanno riconosciuti e corretti. Ma è altrettanto importante riuscire a distinguere l’imperfezione dal valore di un progetto che nasce per dare dignità alla memoria della città.

Il Famedio è un punto di partenza, non un’opera chiusa. È un segno di rispetto verso la storia di Varese e verso chi, in modi diversi, ha contribuito a costruirne l’identità. Come La Varese Nascosta, da anni cerchiamo di invitare a guardare la città con uno sguardo più equilibrato. Non negando i problemi, ma evitando che ogni iniziativa venga travolta da una ricerca costante del passo falso.
A Varese sembra spesso prevalere questo meccanismo: si prova ad aggiungere qualcosa di nuovo, e subito si aspetta l’errore. Il bicchiere finisce per essere sempre mezzo vuoto. Ed è un atteggiamento che non aiuta a crescere come comunità.

Servirebbe, forse, un po’ più di senso di appartenenza. La capacità di criticare in modo costruttivo, senza trasformare ogni sbaglio in una condanna. La volontà di riconoscere anche ciò che funziona.
Perché costruire è sempre più difficile che criticare. E il futuro di Varese passa anche da qui: dalla nostra capacità di volerle un po’ più bene, insieme.
A questo punto viene spontaneo ricordare una riflessione di Paolo Ruffini che, nel suo Din Don Down, mette a nudo una grande verità del nostro tempo:
“I social hanno spesso permesso alla cattiveria di travestirsi da opinione.
Hanno reso facile infangare, spesso impunemente, persone dall’animo buono.
Hanno premiato il rumore dell’ignoranza, lasciando in ombra il valore dell’intelligenza.
In questo spazio, la sensibilità e la correttezza vengono schiacciate dall’arrivismo, dall’uso delle persone come mezzi e non come fini, dalla fame di visibilità a ogni costo.
Eppure la verità è semplice.
Chi urla dura un istante.
Chi ferisce lascia solo vuoto.
Chi usa gli altri resta solo.
La dignità, invece, non fa rumore.
Ed è proprio per questo che resta”.