Dal terrorismo alle spie russe: come il controspionaggio offensivo ha protetto gli italiani

di Roberto Leonardi

Nel volume di Marco Mancini, le regole del gioco non costituiscono un capitolo isolato, ma l’ossatura stessa dell’intera narrazione. Esse rappresentano il codice – giuridico, istituzionale e morale – entro il quale si dispiega l’azione del controspionaggio offensivo e, al tempo stesso, il metro attraverso cui l’Autore invita a giudicare vicende controverse della storia recente italiana. Anzitutto, la regola primaria è la fedeltà allo Stato costituzionale. Mancini restituisce con chiarezza l’idea che l’intelligence democratica non possa mai concepirsi come potere sciolto da vincoli, bensì come funzione incardinata in un sistema di controlli, responsabilità e garanzie. Anche quando la minaccia, dal terrorismo jihadista alle attività di penetrazione riconducibili a potenze straniere, impone rapidità e discrezione, l’azione resta ancorata alla legalità e al principio di proporzionalità.

È in questa tensione tra efficacia operativa e rispetto delle regole che si misura la maturità di un servizio moderno. Il caso Abu Omar, nella prospettiva dell’Autore, diviene emblema della complessità di tali equilibri. Inserita nel contesto storico della lotta globale al terrorismo successiva all’11 settembre, la vicenda evidenzia le frizioni tra cooperazione internazionale e ordinamento interno, tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali. Mancini non elude la dimensione giuridica del conflitto, ma la colloca in una cornice più ampia, nella quale le decisioni operative appaiono come il prodotto di un contesto emergenziale e di relazioni multilivello tra Stati alleati. Le regole del gioco, qui, si rivelano non astratte enunciazioni, bensì, criteri concreti che possono essere messi alla prova da circostanze straordinarie.

Nel caso Telecom, le regole assumono una declinazione strategica ed economica. Il controllo delle infrastrutture di comunicazione e dei flussi informativi è presentato come elemento cruciale della sovranità contemporanea. Mancini illumina il nesso tra sicurezza nazionale e sicurezza tecnologica, anticipando una sensibilità oggi centrale nel dibattito europeo sulla protezione dei dati e sulla resilienza delle reti critiche. In questo scenario, il controspionaggio offensivo non è mera attività investigativa, ma uno strumento di tutela dell’autonomia decisionale dello Stato rispetto a interessi opachi o interferenze esterne. L’episodio dell’autogrill, che ha coinvolto la figura di Matteo Renzi, viene elevato a paradigma della delicata intersezione tra apparati di sicurezza e sfera politica.

Al di là della contingenza mediatica, esso dimostra quanto le regole del gioco includano anche la gestione della percezione pubblica e il rapporto con l’opinione democratica. L’intelligence, pur operando nella riservatezza, è inserita in un ordinamento che esige trasparenza e responsabilità. La reputazione delle istituzioni può essere messa alla prova non soltanto dai fatti, ma dalla loro rappresentazione.
Sul piano stilistico, Mancini adotta un registro elevato, misurato, privo di enfasi superflue. La sua prosa, sorvegliata e analitica, conferisce autorevolezza al racconto e rifugge da ogni tentazione autoassolutoria. Le regole del gioco emergono, così, non come giustificazione ex post, ma come bussola costante dell’azione.

Marco Mancini, carabiniere dal 1979, ha fatto parte della Sezione speciale anticrimine di Milano fino al 1984. Agente segreto, poi, ha partecipato alle più importanti azioni di controspionaggio del Sismi e dell’Aise a contrasto del terrorismo fino al 2014. È stato responsabile amministrativo del Dis per il comparto intelligence fino al luglio 2021.